Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



False Verità

Where the Truth Lies - 1h 48'

Regia: Atom Egoyan



Atom Egoyan tenta (ancora) di scoprire le tracce di una realtà, d’un passato che è scritto in maniera assoluta, cristallina nella Storia. Però la Storia è narrazione (di uomini), è la deriva ambigua di versioni diverse, spesso contrastanti fra loro. Non c’è allora, tra la penultima opera, Ararat, e questa, nessuna sfasatura di pensiero, ancorché si sia parlato di "prima opera hollywoodiana" del regista armeno, come la prova di un percorso completamente divergente rispetto alla precedente filmografia. Così non è. Certo la tematica affrontata, il banale svelamento di un omicidio, rischia continuamente il déjà vu. Ma non è neanche questo! Sembra che Egoyan abbia perduto la dimensione drammatica del filmare. Passi il semidocumentario Ararat e passi anche lo zoppicante Il Viaggio di Felicia che conteneva un’originale parte onirica. Ma in questo caso ci troviamo di fronte alla mancanza quasi totale di ispirazione, di suspense. Quando ne Il Dolce Domani, dopo l’incidente seguivamo le varie versioni e le testimonianze dei familiari, l’atmosfera era semplicemente disperante. Ogni immagine, eppure parziale, dell’incidente dell’autobus, era una sofferenza indicibile. Con False Verità, dopo i primi dieci minuti abbiamo capito dove le cose vanno a parare: l’ambientazione negli anni cinquanta che figura l’ipocrisia delle coscienze, il noir che è concepito come una complicazione estrema del plot, il rapporto ambiguo tra i due anchorman che non è approfondito, la morte della ragazza che è più un pretesto.

Egoyan, sulle tracce del romanzo omonimo di Rupert Holmes, si limita alla sospensione degli eventi accaduti fino alla loro semplicissima risoluzione. Più un puzzle da decifrare che una serie interessante di sguardi. Il film, infatti, è girato in assoluto anonimato. Senza sorprese, senza sbigottimenti, si è costretti a seguire giocoforza il tapis roulant delle varie versioni dalla bocca degli stessi protagonisti tra flashback e fantasie ricostruttive che alla lunga accrescono la confusione. Ma il punto debole è che il gioco si capisce subito, come già detto, dopo una decina di minuti. E per il resto del tempo ci si lascia irretire senza subirne alcuna seduzione da una posticcia dimensione di interesse alla vicenda. E verso chi o cosa? La vittima, Maureen, era pressoché sconosciuta. E anche i principali protagonisti non fanno altro che sfoderare espressioni diverse come in un caleidoscopio di versioni preordinate. E per di più si tenta di argomentare più elementi: lo show business, il noir e la tematica omosessuale, con tanti riferimenti a vicende famose come quella di Fatty Arbuckle, il noto comico amico di Buster Keaton, rovinato dallo scandalo, ma erano davvero altri tempi, i rapporti tra coppie comiche come Jerry Lewis e Dean Martin.
Il momento in cui Lanny (Kevin Bacon) piange di fronte a Karen (Alison Lohman) bambina durante il telethon dovrebbe forse scandalizzarci o anche solo sorprenderci rispetto alla totale e risaputa falsità della messa in scena, qualunque essa sia? Forse qualcuno crede che in televisione si dica la verità nel corso di uno show, che i caratteri dei personaggi in azione siano i medesimi di quelli fuori scena? Che lo spettacolo è la più grande delle falsità dovrebbe ormai esser chiaro da tempo...
Perfino il giochino del titolo originale "Where the Truth Lies" dove "lies" può significare "mentire" o "stare", "trovarsi", non corrisponde ad alcuna opzione visiva degna di nota: la scomparsa del cadavere di Maureen e la sua riapparizione insieme alle aragoste, i clan mafiosi che decidono il successo o meno degli showman (c’è un particolare riferimento ai crooner come Sinatra ha detto Todd McCarthy della nota rivista Variety)... Egoyan sembra abbandonarsi completamente al piacere di un’empatia forzata con la protagonista femminile, girando le due uniche scene degne di nota, ovvero le avance omosessuali di Vince (Colin Firth) a Lanny e l’esplosione di amore saffico di Karen, anche se indotta da una dose massiccia di stupefacenti. Tutto ciò probabilmente (non abbiamo letto il romanzo) era il cuore, piccolo ma promettente, da svelare, a partire dall’ispirazione letteraria. Ma crediamo che Egoyan non abbia avuto lo stimolo o l’ardimento, forse sotto l’influenza ostile della produzione hollywoodiana, di spingere ancora di più sul sottotesto del romanzo, per articolare elementi visivi più brucianti.

© 2006 reVision, Andrea Caramanna