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Fahrenheit 9/112h 02'
Regia: Michael Moore"Sono un cittadino degli Stati Uniti d’America. Il nostro governo è stato rovesciato. Il nostro presidente eletto è stato esiliato. (...) Se vi dicessi che sto parlando del Guatemala ci credereste al volo (...). Ma visto che questo colpo di Stato è stato debitamente avvolto nella bandiera americana, e vi è stato ammannito nel vostro rosso, bianco o blu preferito, i responsabili pensano di potersela cavare alla grande." (Michael Moore) Così si apre "Un colpo di Stato molto, molto americano", primo capitolo del bestseller "Stupid White Men", una richiesta d’aiuto
urlata dal filmmaker meno political correct che gli USA abbiano mai avuto il piacere (per alcuni il dispiacere) di avere, colui che con il suo faccione bonario ti lascia
pensare, nonostante tu sappia cosa ti aspetta, che ti risparmi, che i modi gentili e concilianti con cui ti parla non lascino il posto alla battuta sferzante, all’accusa
spiazzante, a quel brutto momento in cui il dito ti viene puntato addosso e tu non puoi fare altro che tentare di eclissarti, abbozzare un sorriso da camuffa/vergogna anche
se ormai è troppo tardi, perché questo è certo, preferiresti che quell’omone di Flint ti aggredisca verbalmente, finanche fisicamente, piuttosto che cadere nella sua trappola
trasformatasi repentinamente in gogna.Fahrenheit 9/11 si apre sul "colpo di Stato". Al Gore ha vinto. Fuochi d’artificio, bagno di folla, divi sul palco. Un sogno, lo definisce Moore. Eppure Fox News Channel dice che non è vero, a vincere è Bush jr., e una dopo l’altra tutte le news confermano scusandosi per l’errore. Fine del sogno. I fuochi d’artificio cambiano traiettoria, in un rewind che non lascia speranze. In questa sede non ci si può attardare sui numerosi e complessi legami tra la famiglia Bush e persone più o meno conosciute tutte potenti, i vari bin Laden e Bath, relazioni sottolineate con la consueta precisione che contraddistingue il Nostro. Vi toccherà vedere il film, leggere i suoi libri, navigare nel suo sito. Qui dobbiamo parlare del valore etico ed estetico di un documentario forse inferiore a Bowling for Columbine, ma certamente notevole sotto molti punti di vista. Cominciamo col dire che a rubare lo spazio all’autore di Flint non è solo Bush in persona, lo sono anche le immagini prodotte dal suo operato. Ai numerosi ed enigmatici primi piani del presidente in carica - impietosamente commentati da Moore tanto che, bisogna dirlo, ti vengono in mente le obsolete teorie lombrosiane -, si avvicendano donne irachene disperate, corpi martoriati dalle bombe, resti di soldati statunitensi bruciati e deturpati, tutto ciò che significa guerra. E qui giunge il momento in cui Moore, il commentatore, si tira indietro per mostrare quell’orrore che non ammette intrusi. Sospeso il suo chiaro intervento, lasciatici orfani della sua ironia, Moore incredibilmente ma giustamente "scompare" come mai era accaduto. Il prologo ha la responsabilità di introdurre la Star, dalle elezioni all’insediamento (uova lanciate contro la nera limousine presidenziale, contestatori con cartelli che non
lasciano alcun dubbio circa il loro pensiero), dai primi mesi di amministrazione (vacanze, apparizioni poco edificanti, vacanze, dichiarazioni di intenti, vacanze), al minimo
storico dei sondaggi di apprezzamento dell’operato presidenziale, fino ad avvicinarsi inesorabilmente all’11 settembre. La sera del 10 il presidente è dal fratello Jeb in Florida
e dorme tra lenzuola di seta francese. Titoli di testa. Buio, sul quale l’audio lavora di ricordi. Gli aerei che si schiantano, le urla, il rumore della tragedia. Apprezzabile,
sperabile non vedere di nuovo immagini reiterate e metabolizzate. Poi il buio si apre sui volti stupefatti delle persone che assistono impotenti alla fine delle torri, alla fine
di un’era, crollo che allo spettatore non è dato osservare. Ed ecco il presidente nella scuola elementare dove, dopo che un controllato Andrew H. Card lo informa della tragica notizia, afferra in un gesto inconsulto "My Pet Goat" (La mia capretta), "leggendolo" al contrario. Ecco snocciolare il rosario delle amicizie particolari dei Bush, in primis i bin Laden (i cui membri in quel momento negli States furono fatti partire mentre le strade del cielo erano chiuse persino a Ricky Martin), la famiglia reale saudita, l’ambasciatore Bandar bin Sultan, detto Bandar Bush. Poi la necessità di creare un clima di terrore aggiuntivo indicando quale nuovo nemico, dopo avere per obbligo bombardato e "liberato" l’Afghanistan talebano ospitante Osama, l’Iraq di Hussein, perché per fare la guerra qualcuno deve essere convinto della sua giustezza, del pericolo immediato, come fu il terrore rosso per il Vietnam. La continuità tra Bowling for Columbine e Fahrenheit 9/11 è in quella paura che istupidisce i cittadini, istigandoli a possedere armi
come a credere in continui allarmi arancioni, in presunti attacchi al villaggio sperduto dal nome impronunciabile convincendo a sostenere l’attacco a una nazione sovrana che
non rappresenta alcuna concreta minaccia. Tanto pericolo, tanta preoccupazione mentre la costa del Pacifico è sorvegliata da un solo uomo ed interi stati sono sprovvisti di forze
dell’ordine a causa dei tagli al bilancio. Ma la paura principe è quella che provoca la ricerca del nemico in casa propria al punto da rinunciare al diritto di opinione, per cui
il libero cittadino bianco Barry Reingold è denunciato all’FBI per aver criticato Bush in una palestra.Infine, le dichiarazione dei soldati statunitensi, le prime immagini di torture, i primi dubbi, le bare lasciate nell’oblio da media compiacenti, il dolore delle famiglie, il cambiamento di opinione dovuto all’esperienza. Entra in scena Lila Lipcombe, madre addolorata, madre arrabbiata, una democratica conservatrice che diviene radicale. E Moore? Lui appare durante le interviste, mentre segue due sergenti dei marines occupati a reclutare ragazzini nelle scuole e nei centri commerciali - ovviamente nei quartieri periferici con alto tasso di disoccupazione -, perché l’esercito ha bisogno di soldati e in guerra ne muoiono tanti; Moore è lì che cerca di convincere i politici ad arruolare i loro figli, che li obbliga ad ascoltare il Patriot Act, votato senza averlo letto, declamandolo dal microfono di un camioncino dei gelati che percorre le strade intorno al Congresso. Questo è Fahrenheit 9/11. Eticamente ineccepibile, esteticamente notevole come sempre. Il ritmo sostenuto di un montaggio curato nei particolari - in questi documentari più che mai il luogo in cui si realizza il film - a cui Moore ci ha abituati, qui si sospende nei momenti topici per riprendere subito dopo. Il metodo Moore è molto semplice e si origina da una complessità che sicuramente immobilizzerebbe i meno atti a raccontare storie di ordinaria follia. E la realtà registrata tra documentario e reportage giornalistico, guidata da una mano sapiente raffinata dall’esperienza, provoca emozioni spesso contrastanti. Quella realtà, spalla comica dal talento strepitoso, che imbecca le arguzie di Moore, come dimostra tra l’altro il giuramento del neo ministro John Ashcroft, vero primato di bibbie accatastate. Alfine il pensiero Moore circa la presente amministrazione, si compendia in una frase semplice ma dalla logica ferrea, e che suona più o meno così: se una nazione è guidata da un presidente immorale, l’immoralità è percepita quale pratica comune e giustificata. Parola di Michael Moore, che in questi giorni di Convention Repubblicana a New York, dopo aver manifestato con migliaia di statunitensi contro la politica di Bush, è lì, visibile nella tribuna stampa con un accredito di USA Today. No, decisamente non si arrenderà mai... © 2004 reVision, Emanuela Liverani |
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