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Evilenko1h 46'
Regia: David Grieco Ci sono storie, per quanto atroci, che scelgono chi sarà a raccontarle, hanno una loro necessità di esistere, e riecheggiano nella
coscienza di un autore finché questi non si decide a metterle su carta, o su pellicola. Quando nel 1992 David Grieco, giornalista, critico, sceneggiatore, esponente di
una storica famiglia borghese comunista - suo nonno, Ruggero, è stato uno dei fondatori del PCI - in un tg della notte vede all'improvviso il ghigno atroce e gli occhi
enormi del mostro di Rostov, subisce una di queste folgorazioni. Vola a Rostov, da dove documenta per "L'Unità" il processo ad Andrej Romanov Chikatilo, e ha anche modo
di parlare con uno dei serial killer più letali, e senz'altro più atroci, della storia, un cannibale che ha straziato, divorato e ucciso, spesso in questo allucinante
ordine, più di cinquanta tra bambini e adolescenti in un arco di 14 anni. Una storia tremenda, che si svolge nel vuoto di ideali e punti di riferimento seguito al crollo
del socialismo "reale" in Unione Sovietica. Un evento tanto traumatico, quest'ultimo, da lasciare milioni di orfani e generare migliaia di mostri, serial killer che si
scatenano all'indomani dello sfaldamento dell'Impero, e la cui impunità è favorita dall'abitudine al silenzio e alla censura acquisita dalla polizia in oltre settant'anni
di pratica. Questo è il contesto in cui opera un ex insegnante, un ferreo stalinista che si aggrappa con tutte le sue forze all'ideologia morente, e che grazie al lavoro
di impiegato nelle ferrovie ottenuto per le sue attività di spia si muove liberamente per il paese, portando ovunque morte e terrore. Dal libro di fiction "Il comunista che
mangiava i bambini", che David Grieco trae dalla vicenda più di dieci anni fa, nasce una sceneggiatura, che dopo qualche anno diventa un film, Evilenko, il cui interprete
è sempre stato, nella mente dell'autore, l'amico fraterno Malcolm McDowell. Il film ha senz'altro il merito di affrontare il tema serial killer e pedofilia da un punto di vista
meno strumentale e sensazionalistico di quello cui ci ha abituato in tanti anni il cinema americano. Nonostante l'impianto di film di genere (un thriller, o, ancora meglio,
un noir), Evilenko rispetta a suo modo la figura dell'assassino. Non si spinge al punto di provare o simulare un'impossibile empatia, ma sicuramente dimostra pietà
nei suoi confronti, soprattutto nel finale, quando il mostro è messo letteralmente a nudo dal giovane magistrato che vuole, prima ancora che punire, capire, penetrando
dentro di lui.
I punti di forza di un film che nasce da una mano già matura, senza le incertezze del debuttante, sono molti, a partire dalla scelta di affrontare le atroci
violenze commesse ai danni delle piccole vittime soffermandosi sulla preparazione: lo stato ipnotico in cui lo sguardo di serpente dell'uomo induce le sue prede, l'abilità
di un pifferaio magico che gioca sapientemente con gli strumenti della lusinga e dell'autorità, facendo leva sulle insicurezze e le paure dei bambini fino a conquistarsene
la fiducia. Dopo di che solo un grido, o il sangue sulla scena del delitto bastano a suggerirci l'accaduto, senza indugiare voyeuristicamente sull'orrore. Malcolm McDowell
usa non solo il suo straordinario sguardo, ma la sua intera fisicità per costruire un personaggio che finisce per somigliare in modo inquietante, nonostante le notevoli differenze
fisiche, all'ispiratore della vicenda. Marton Csokas offre una convincente performance nei panni del giovane magistrato russo, e le interpretazioni del resto del cast sono
in genere di buon livello. Lo score rarefatto di Angelo Badalamenti si sposa perfettamente all'atmosferica fotografia di Fabio Zamarion, e il film sfrutta al meglio i suoi
valori produttivi. I problemi nascono invece, soprattutto nella seconda parte, dal mix di finzione e realtà costruito da Grieco, che finisce per restarvi intrappolato: non
tutti i meccanismi sono chiari o ben oliati, e l'inserimento del personaggio dello psicanalista gay, già presente nel romanzo, sovraccarica in modo non necessario la quantità
di simboli e metafore di cui il film deve farsi carico. Anche se è essenziale per introdurre il discorso della malattia mentale, ignorata dalla psichiatria sovietica o presa
a pretesto per rinchiudere in manicomio i dissidenti dal regime, la figura del medico diventa suo malgrado ingombrante e poco credibile. Poco convincente appare soprattutto
il suo incontro col "bambino" Evilenko, trovato grazie ad una capacità di osservazione esageratamente superiore a quella dei poliziotti e del magistrato che gli danno la caccia.
Quando poi i meccanismi della fiction entrano in gioco, non sempre Grieco riesce ad evitare gli stereotipi del genere. Ma si tratta in fondo di peccati veniali in un film
che si staglia comunque, per qualità, profondità e necessità, sulla media dei prodotti italiani. Sarà per questo che la distribuzione non ci ha creduto abbastanza per distribuirlo
come meritava, e che il pubblico, spaventato, non ha fatto la fila per vederlo? Forse, in un momento in cui si dibatte più che mai di violenza al cinema e in televisione,
invece di concentrarsi sullo spaventoso orrore che ci circonda, favorito da un vuoto di etica, di cultura e di ideali che ricorda da vicino quello dell'ex Unione Sovietica,
un film come Evilenko fa paura. Perché guarda dritto negli occhi l'uomo nero di cui tutti preferiscono ignorare la presenza per timore di riconoscervisi.
© 2004 reVision, Daniela Catelli |
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