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L'Amore E' Eterno Finchè Dura

1h 48'

Regia: Carlo Verdone



Non è un caso se, insieme ad Agata e La Tempesta, arriva un altro film con una psicologa televisiva abbandonata dal marito. Psicologia e televisione sono due tra gli argomenti prediletti del cinema medio italiano: la prima cura le ossessioni, la seconda ne inventa di nuove.
Partendo dalla satira verso il piccolo schermo (dove l’ultimo dei truccatori conosce l’animo umano meglio della psicologa), Verdone passa in rassegna con discreto acume vari media e linguaggi contemporanei: il computer, al quale il suo personaggio Gilberto resta attaccato fino a notte, trascurando la famiglia; il telefonino, che una delle sue amanti non abbandona neanche durante il sesso; la musica, barriera generazionale che si contrappone tra Gilberto e le donne che popolano la sua vita. Da questo mondo dove ipercomunicazione e incomunicabilità avanzano all’unisono, Verdone si protegge con il riso. I suoi battibecchi con Laura Morante (ormai specializzata nel ruolo della moglie nevrotica) sono praticamente perfetti. Perfetto è pure il primo quarto d’ora nel club degli "incontri da tre minuti", con il gestore del locale munito di un infernale fischietto con il quale ordina gli immediati cambi delle coppie. Ed esilarante è il classico quiproquo della scena del pranzo, quando il suo amico Andrea gli annuncia che devono parlare "di una cosa importante": Gilberto teme allora che l’altro abbia scoperto la sua tresca con la moglie, ma l’ipersalutista Andrea vuole soltanto rimproverarlo per aver lasciato troppe cicche di sigaretta sui vasi...

Sarebbe bello se il film si limitasse a questi momenti. Ma poi, come tutti i comici di razza, Verdone rimpiange e invidia la razza opposta, quelli che sanno far piangere. E rivela allora gli stessi difetti di Soldini: cattiverie e acidità sparse con brio nella prima parte vengono apprensivamente smussate nei venti minuti finali, con cadute di patetismo autocommiserativo che sfiorano lo sceneggiato. Come nel precedente Ma Che Colpa Abbiamo Noi (ancora sulla psicanalisi), le insidie del film corale si fanno sentire: al momento di tirare le fila, la sceneggiatura si preoccupa di concedere l’ultima parola ad ogni personaggio, caricandosi scene che hanno poco di comico e quasi nulla di cinema.
Etichettato da sempre come erede naturale di Sordi, oggi Verdone è molto più vicino ai perdenti depressi e dimessi di Manfredi. E i temi sotterranei (forse neanche tanto consci) della sua opera sono ormai usciti allo scoperto: la paura di invecchiare, il timore quasi morboso per le malattie, la nostalgia della gioventù come luogo di una libertà irripetibile. Ma a conti fatti, è ancora preferibile l’"altro" Verdone: quello di C’Era Un Cinese In Coma, magari più rozzo, ma più godibile, dove la tentazione della malinconia era trattenuta sottopelle.

© 2004 reVision, Dante Albanesi