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L'Eternita' E Un Giorno

Mia Aiwnniothka Kai Mia Mera

Regia: Theo Angelopoulos



Chiunque ami un cinema di parole e di situazioni, non troverà in Theo Angelopoulos, il fiero regista de L'Eternità E Un Giorno, una compagnia gradita. Un movimento progressivo verso la purezza della lingua è quanto egli pratica da decenni, nell'isolamento arcigno che è la prima traccia d'appartenenza ad un Paese, la Grecia, aspro e selvatico. Quest'uomo affascina per il fatto che sembra possedere la memoria d'Europa, e insieme la responsabilità di una tale memoria. Lo Sguardo Di Ulisse era un film sulla ricerca delle immagini, e un film di viaggio che abbracciava i Balcani con l'intensità di un padre tremendamente scosso. Ora L'Eternità E Un Giorno apre il tempo dei bilanci esistenziali, si preoccupa di chiudere la maggior parte dei discorsi lasciati aperti (forse perché manca così poco alla fine - alla fine della vita biologica, alle propaggini estreme dell'opera conclusa... banalmente, alla fine di un secolo di cinema, del secolo del cinema). E allora arrivano un volto (Bruno Ganz) ed un personaggio (Alexandros) con la funzione di riassumere, tirare le fila, fare una dopo l'altra le cose giuste: ricordare bene, agire bene. Di fronte alla morte imminente, Alexandros reagisce ripiegando sul ricordo di ciò che è stato, e insieme avverte come necessario un intervento sul presente, per dimostrare che il presente gli appartiene.
Delle convenzioni linguistiche atte a significare la vicenda in corso e la vicenda passata, Angelopoulos non ne utilizza alcuna: le immagini, che siano di memoria o di percezione diretta, hanno la medesima evidenza, come già insegnava il Gauguin di Tahiti. Soprattutto poi se il passato è dominato da spettri inestinguibili che sono la Poesia, o l'Ideologia.

Non è mai stata un'arte in superficie, quella di Angelopoulos; il piano-sequenza è lo strumento che indaga nella profondità del racconto, è la vera misura della realtà (non della realtà delle cose, come argomentava Bazin, ma della realtà autonoma del racconto, come vuole la metacritica). Il presente, poi, è anzitutto lo scenario da modificare (seppure in extremis), il contesto su cui intervenire; un attitudine all'attivismo, questa di Angelopoulos, che ha le radici in una cultura marxista ben lontana dall'essere liquidata, oltrepassata. Si è portati a pensare che le cose non dette non siano realmente accadute, nota Javier Marìas nel romanzo "Un cuore così bianco"; che ne è allora delle cose della memoria, cui Theo Angelopoulos dedica L'Eternità E Un Giorno, altissimo canto d'un condannato a morte?

(Potremmo passare del tempo - molto tempo - a chiederci cosa ci sia dietro ogni simbolo, dietro ogni trappola allegorica predisposta dal regista greco: chi sono i ciclisti in impermeabile giallo? Chi è il poeta di Zacinto, il Foscolo interpretato da Fabrizio Bentivoglio? C'è però un aspetto sacrale in ogni film di Angelopoulos che mette in guardia l'esegeta pedante. Qui si avrebbe l'impressione di turbare il sonno di qualche dio...)

© 1999 reVision, Luca Bandirali





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