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L'Età BarbaricaL’Âge des Ténèbres - 1h 48'
Regia: Denys Arcand In questi anni, abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare il punto di vista disincantato
e lucido di Denys Arcand, la sua vena d’ironico pessimismo, lo sguardo acuto di chi sa raccontare le inquietudini del presente
annunciandoci le pericolose derive del futuro. In un suo film poco conosciuto, Stardom, il regista canadese prende di
petto la degenerata società dello spettacolo, di marca televisiva, dove un’ex giocatrice di hockey viene trasformata in una
fotomodella da copertina poi coinvolta in un massmediatico crogiolo di scandali e processi, una discesa nella schizofrenia
contemporanea attraverso passaggi tra bianco e nero e colore che amplificano la rappresentazione di un disagio apparentemente
senza via d’uscita.Nella società veloce, preda dell’afasia e del cinismo, non resta che la fuga in un mondo parallelo: se Rémy, prigioniero nel proprio letto d’ospedale in Le Invasioni Barbariche, trova sfogo nell’onirica dimensione di un erotismo rarefatto (vi ricordate la citazione del Cielo sulla Palude di Genina?), il Jean-Marc Leblanc di questo L’Età Barbarica non trova di meglio che condurre una doppia vita. In verità, la nuova fatica di Arcand ha un titolo originale assai più pessimistico di quello italiano (che richiama furbescamente il precedente successo): L’Âge des Ténèbres a cui allude è quella nostra di occidentali sottoposti all’evento traumatico e spartiacque che è stato l’11 Settembre, di noi perduti nell’abbacinante labirinto di un mondo sedotto dalla virtualità delle passioni e delle percezioni (quasi tutte implacabilmente manovrate ed ingannevoli). Dunque, monsieur Leblanc è un "uomo dal vestito grigio" (che pare uscito dall’omonimo classico hollywoodiano o da un romanzo di Simenon), mediocre funzionario ministeriale del Quebec a cui è affidato un Ufficio Reclami, ritardatario e sciatto, talmente annoiato di se stesso da arrivare ad annoiare anche i propri clienti, cinico fino al razzismo, marito e padre detestato dai congiunti. Il suo è lo stesso grigiore del microcosmo (peraltro minacciato da una epidemia che costringe ad indossare mascherine protettive) in cui vive, decolorato da Arcand con la volontà di mettere in rilievo l’orrore di una mediocrità a cui sembra arrendersi l’attuale genia di individui comuni ed irragionevoli, tutt’altro che in via d’estinzione. Così l’incomunicabilità e la sua relativa alienazione assumono i connotati di una fiera delle vanità postmoderna, coi suoi cellulari e videogame, con l’inquinamento incipiente e la microcriminalità dei microcriminali, ma anche con l’ipocrisia del politicamente corretto che ostenta i suoi paradossali divieti (sul posto di lavoro si fuma solo di nascosto, si può essere razzisti a patto di non pronunciare le parole "negro" e "nano", mentre fuori un povero derelitto senza gambe è costretto a ripagare un semaforo involontariamente danneggiato, in nome della legge che tutela il patrimonio urbano). E’ una specie di autismo votato alla salvezza di quel residuo di personalità che gli rimane, a condurre Jean-Marc oltre la
soglia di quel mondo onirico che il film ci mostra sin dalla prima scena, quando il cantautore gay Rufus Wainwright, nei panni
di poeta, canta al nostro immortali arie d’opera. Nei suoi sogni, il protagonista di Arcand diviene un abilissimo seduttore
(con tanto di prede compiacenti pronte a mostrare le terga), uno scrittore di grido, un cavaliere medievale con indosso un’armatura
(e qui, com’è d’uopo, non manca la nostalgica citazione dell’epica dei cappa e spada), uno spietato samurai e, naturalmente,
una star del cinema (con una coda sontuosa di magnifiche creature, come la bellissima Diane Kruger, una delle sue proiezioni
accanto all’incantevole, francesissima, Emma de Caunes). L’ironia e il disincanto di queste fughe colorate lascia spazio alle
brutture grigie di una quotidianità fatta di dolore e di angoscia, dove Jean-Marc si misura con la dipartita della madre ricoverata
in un ospedale geriatrico (ancora una volta, come ne Le Invasioni Barbariche, Arcand identifica
nella condizione del malato il simbolo del comune status in bilico sull’orlo sottile che separa la vita dalla morte). C’è poi
la moglie, venditrice immobiliare incollata al telefono e soggiogata dall’ansia da donna in carriera, che attiva traumaticamente
la sua decisione di lasciarlo, mentre le due figlie (che si nutrono di psicofarmaci e surgelati) si ostinano a disprezzarlo.
In questa assenza di ogni possibilità di comunicazione (e non solo con le figlie che si isolano grazie a strategiche cuffiette
ma anche nel continuo mancato incrocio con lo sguardo degli altri) Jean-Marc affonda sempre di più nell’afasia, alimentata dalla
mancata solidarietà di coloro che lo circondano, non chiedendogli nemmeno notizie della madre malata (come la moglie addirittura
davanti al capezzale dell’anziana). Vittima di se stesso, della sua medietà derivata da una educazione rigidamente distratta
e da un calore umano ostentatamente negato, a lui non rimane che quel surrogato di ribellione consistente nell’esplosione nevrotica
di un litigio nel caotico traffico cittadino. Tutte le domande circa una condizione disperante di passività e rassegnazione,
l’uomo le riceve nei suoi sogni, anche per bocca della sua fatale diva Diane.
Il suo proiettarsi in un gioco di simulazioni accomuna questo magnifico personaggio a quello inventato da Mordecai Richler,
una delle più importanti penne della letteratura canadese contemporanea, per il suo "La versione di Barney", sarcastico romanzo
su un gioco delle parti in cui tutti i ruoli s’identificano e si confondono all’interno del consumato scenario del mondo odierno.
Ma gli eccessi per Jean-Marc sono solamente la sua immagine deformata nel riflesso di quello specchio da fiera che sono i suoi
sogni. Ad incarnare questa identità ferita troviamo lo straordinario Marc Labrèche, interprete di formazione teatrale (famoso
però per i suoi successi di comico televisivo) che esibisce il controllo mimico economizzando con acutezza d’alta scuola le
proprie espressioni ora distanti ora immerse in un dolore soffocato. Tale scelta d’attore coincide perfettamente con il tono
accuratamente dosato di questo film scritto con ironia straniata da Arcand, che ha già mostrato di possedere la saggezza del
tocco affondando il bisturi nel male oscuro che insidia l’esistenza stessa della nostra comune civiltà. La fotografia di Guy
Dufaux (abituale collaboratore del regista) asseconda con gusto sicuro i passaggi cromatici di accensioni e spegnimenti, favorendo
insinuanti citazioni (come le mele nella ciotola che, sul finale, diventano quelle del famoso dipinto di Cézanne).L’Età Barbarica è una rappresentazione catartica e rivelatoria che si esercita a rendere flessibile la dicotomia tra realtà e immaginazione, esibendo come concreto quel senso di vuoto che tutti avvertiamo insieme agli echi apocalittici di un "tirare avanti" che pare non trovare nemmeno nella virtualità naturale dell’immaginario alcuna consolazione. E persino nel finale sorriso che a Jean-Marc regala la moglie intravediamo l’ambiguità di un gioco a perdere che rende superfluo persino il dubbio rispetto al futuro del personaggio (che sarà poi quello nostro): la domanda se tale futuro sia reale o solamente un sogno. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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