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Cuori EstraneiBetween Strangers - 1h 37'
Regia: Edoardo Ponti Kieslowski ci ha lasciati troppo presto. E i suoi epigoni, più che supplire la mancanza, non fanno che aumentare il rimpianto. Ci
provò qualche anno fa Jeremy Podeswa col troppo etereo I Cinque Sensi; ci ha provato Ozpetek col didascalico Le Fate Ignoranti;
ci sta provando l'esuberante Tom Tikwer con Heaven, sceneggiatura postuma di Kieslowski e prima parte di una trilogia dedicata all'aldilà. (Decisamente su altri livelli
sono invece i sottili richiami che Moretti dissemina ne La Stanza Del Figlio). E ci prova ora Edoardo Ponti, cui i privilegi di nascita regalano
un cast mostruoso, un musicista celeberrimo (Zbigniew Preisner) e una prima alla Mostra di Venezia. Per il primo film della storia del cinema dove un regista debuttante prende come protagonista la propria madre, il tema centrale poteva essere solo uno: il rapporto genitori-figli. La trama è un opulento zibaldone kieslowskiano, ma solo del Kieslowski che piace a Ponti: quello struggente e metafisico di La Doppia Vita di Veronica, e non certo quello politico e acidulo di Destino Cieco o Film Bianco. Abbiamo quindi: artiste tormentate, fotografie rivelatrici, echi realtà-sogno, apoteosi del caso, apparizioni fantasma, tragitti tanto coincidenti quanto prevedibili... Maestro di equilibrio e grazia compositiva, in ogni film Kieslowski concedeva due o tre assaggi del suo marchio di fabbrica narrativo: il momento di "estasi rivelatoria". Assai
più volenteroso, Ponti ne sparge almeno quaranta. Glossa, sottolinea, ribadisce, ansioso di mostrare e dimostrare la propria cultura. Se prende Malcolm McDowell, non può fare a
meno di replicare il pestaggio di Arancia Meccanica, con l'ex Drugo nei panni del barbone. Se racconta tre storie parallele di tre donne, non può fare a meno di mostrar
loro a turno la stessa enigmatica bambina indifesa, di farle incontrare allo stesso tavolino di un aeroporto, di riproporci la bambina per la quarta volta, di farle ridere in
contemporanea, e finalmente di immortalarle con triplo (orribile) stop-frame. Quando manca il traino dell'ironia, ogni simmetria si fa macigno.Certo però che un film recitato così bene è davvero una rarità. Sofia Loren è sempre una delle più grandi attrici italiane, da troppo tempo prigioniera di un antiquato isolamento divistico. Deborah Unger, col suo volto stranissimo, affranto e seducente, sembra davvero la figlia di McDowell: un legame nutrito da antichi livori, che trova il suo perfetto contrappunto in quello tenero e incompiuto che si crea tra Mira Sorvino e Klaus Maria Brandauer. Ma perfetti sono anche i due comprimari della Loren: l'amico confidente Depardieu (nei panni di un premuroso giardiniere) e il marito Pete Postelthwaite (quanto c'è di papà Carlo nella sua figura di vecchio acido e malandato?). Se Ponti ha un talento, è sicuramente quello del casting. © 2002 reVision, Dante Albanesi |
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