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Estate Romana

Regia: Matteo Garrone



A chi non vuole credere che le sorti del nostro cinema si giochino intorno alla partecipazione di un film italiano alla notte degli Oscar, consigliamo la visione di Estate Romana, terzo lungometraggio del regista Matteo Garrone: un film piccolo, anzi piccolissimo, costruito sulla base di un intreccio assai esile - una dichiarazione di indipendenza del cineasta dall'oppressione dell'istanza narrativa, dall'obbligo di raccontare storie che troppo spesso soffoca il discorso espressivo cinematografico. Concepito come un canto lievissimo al "muoversi stando fermi" che è il tratto tipico di tanto cinema metropolitano, il film di Garrone segue la deriva psico-geografica di uno scenografo napoletano, della sua assistente e di un'attrice di teatro che nei giorni assolati di un agosto romano si incontrano, comunicano, condividono il quotidiano senza che tutto questo inneschi un cambiamento. In accordo con un regime di anti-narrazione pienamente moderno, autoriale ma con il riscatto dell'ironia, Estate Romana prende i personaggi in un punto qualunque della loro esistenza per rigettarli, alla fine, in un altro punto un po' più avanti o un po' più a lato.
Girato nella capitale fra Piazza Vittorio e Capannelle, con una puntata sul litorale romano, sostenuto da una misuratissima colonna musicale della Banda Osiris, il film tende a trasfigurare l'immagine urbana, a presentarne i ritagli, i margini, senza il coté apocalittico di Ciprì e Maresco (e piuttosto dalle parti de Il Caricatore, il primo lavoro di Eugenio Cappuccio, Fabio Nunziata e Massimo Gaudioso, co-sceneggiatore di Estate Romana).

Ma cosa fanno, cosa dicono, in questa città inesistente e iperrealistica, i protagonisti del film? Come si diceva in precedenza, si lasciano vivere; Salvatore lavora poco e malvolentieri, Monica è sola con una figlia piccola da accudire, Rossella ritrova con difficoltà il passato di attrice del teatro alternativo. A guardarli vivere, francamente ci si diverte: qua e là si riconosce un dichiarato "morettismo", come quando Rossella improvvisa un pranzo di insalate per i due amici, e Salvatore la ammonisce ed apostrofa duramente (i gamberi non si servono a quel modo, e poi insomma, non c'è un piatto caldo!) proprio come avrebbe fatto Michele Apicella nei primi film di Nanni Moretti. Questo modello, che potrebbe risultare ingombrante se riproposto in forma di citazione isolata, viene trasferito integralmente nel testo, a comporre l'universo diegetico, a creare legami e assonanze tra la marcata fragilità dei progetti esistenziali dei personaggi di Ecce Bombo e di Estate Romana.

Inglobati i riferimenti a Moretti in ordine sparso (dal pranzo de La Messa è Finita al ballo di Caro Diario), Garrone si distacca dal modello a livello di elaborazione formale, optando per una ripresa dinamica, con la macchina a mano e in condizioni di luce naturale (a tratti, pericolosamente, nell'anti-stile Dogma): è un cinema di realtà che valorizza il volto e il gesto, che spesso aggira la pratica del controcampo passando con rapide filate da un personaggio all'altro. Nello stesso tempo, la riproduzione del reale è messa in discussione dallo spaesamento costante che Rossella Or introduce nel testo: è la presenza fisica dell'attrice come tale, il suo appartenere ad una dimensione altra (il palcoscenico? la memoria? la fantasia?) a sospendere la percezione di realtà ad un livello fluttuante. Alla luce di questo spaesamento si comprende pure l'anacronismo di fondo che domina Estate Romana (titolo evocativo, ma non sappiamo dire quanto "giusto"); un anacronismo che dona un senso ai suoi mille frammenti (l'apparizione di Victor Cavallo, di Simone Carella, di Paolo Sassanelli), alle sue divagazioni eccentriche sull'importanza delle parole, alla sua ambientazione priva di aggettivazioni identitarie. Fuori dal regionalismo commerciale dei comici (non a caso si svolge in una Roma praticamente senza romani), e soprattutto fuori dall'universalismo autoriale che ci regala Pane e Tulipani o Malèna, Estate Romana è un film che si conquista la propria ragione d'essere girando al largo dai miseri punti fermi dell'attuale cinematografia nazionale.

© 2000 reVision, Luca Bandirali