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Essere e AvereEtre et Avoir - 1h 44'
Regia: Nicolas Philibert L'attesa e la contemplazione cinematografiche sono espressioni di una nostalgia? Sono in grado di tradursi in discorso educativo del
presente? O appartengono a qualcosa di perduto, alla rievocazione di sapori e tempi da riprodurre "artificialmente" per gustare ancora un'emozione sincera?
Attributi di un cinema che attrae un pubblico numeroso per il suo grado di necessità del bene, il suo magnanimo respiro e la liberante freschezza, nondimeno
l'inatteso stupore per un cinema che può essere puro, delimitato dalla schietta sensibilità di chi lo fa e lo vede.Del cinema di Alain Tanner e Claude Goretta Philibert eredita tutta la grazia e la posatezza gentile delle inquadrature, l'accuratezza estetica che è fatta da un occhio appassionato e innamorato anche dell'immagine più trascurabile, uno sguardo interessato alla cosità dell'essere, al suo mistero che si rinnova attraverso la luce. Sono le doti dei grandi documentaristi. Apertura e disponibilità infinite, amore appassionato per tutto ciò che viene filmato. Per questo a parte i protagonisti di Essere e Avere, i numerosi bambini e il tenero maestro, fanno impressione le immagini più libere e totali sulla natura. Fino allo sgorgare di un'estasi panteistica, di un paradiso esistente in terra, tra fiori e spighe, alberi, foglie e animali, mucche pigre nei recinti degli allevamenti, dentro le stalle vitali, dove s'imprimono i rumori, i muggiti gloriosi, quasi gli odori dell'ambiente, il traffico pacifico dei lavoranti, da chi pulisce a chi controlla la copiosa mungitura. E tutto s'intreccia con le storie intime, personali, dei vari personaggi. Una provincia francese idilliaca, tranquilla e serena nella sua meravigliosa armonia, autentica nella sua incessante bellezza consistente proprio nelle piccole cose di ogni giorno. Ed in effetti la mdp di Philibert sembra seguire con umiltà
i segni trascurabili eppure importanti, le sfumature di una espressione, perché lì infine troviamo l'austerità ed il coraggio di ciascuna esistenza.
La fulminante seduzione della schiettezza. Non c'è mai finzione nelle varie battute del film, è sempre vertiginosamente un piano di realtà vivissima
che si dispiega dinanzi ai nostri occhi. Come la penetrante intervista al maestro che arriva nel modo più naturale possibile, con la voce fuori campo del regista che
chiede alcune impressioni di vita: l'infanzia, i rapporti con il padre e la madre, l'origine spagnola, la scelta di studiare per diventare insegnante, la passione del
lavoro a contatto con i bambini. Senza eventi strabilianti, senza urla, né enfasi. Philibert supera perfino, non solo Ricomincia Da Oggi di
Bertrand Tavernier, troppo iperattivo e sfacciato nella sua ovvia retorica, ma la calma frontale delle inquadrature di Abbas Kiarostami, il rigore dell'iraniano di Dov'È
La Casa Del Mio Amico? o i cortometraggi educativi, sempre troppo legati ad una idea, un soggetto. Qui invece le inquadrature fisse frontali non appaiono mai intente
a costruire un particolare discorso filmico, nel senso narrativo del termine. Philibert si limita ad osservare per sessanta ore, e poi seleziona quasi due ore di materiale,
chissà forse neanche una sintesi necessaria di un'impresa, per lui, sempre possibile: quella di seguire ininterrottamente la vita con occhi capaci di fissarla su pellicola.
© 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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