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L'Importanza Di Chiamarsi Ernest

The Importance Of Being Earnest - 1h 37'

Regia: Oliver Parker



Oliver Parker mette in scena ancora il mistero di una scrittura, i nodi sapienti e aguzzi delle battute, le mitologie e le miserie della specie umana, da Shakespeare (Otello) a Wilde (Un Marito Ideale e L'Importanza Di Chiamarsi Ernest). Sono le sfumature dialettiche allora a cimentarsi nella fatica di costruire immagini. Come se si trattasse di una fatica superba, perché sia gli interpreti, sia i movimenti complessivi delle scene del film, devono conquistarsi lo spazio avventuroso del cinema. Non sempre vi riescono e spesso l'impressione prevalente è di frigidità, di sensi imbalsamati, nella lettura di testi, che si solleva a stento in una visione originale. Capita così che proprio alcune sequenze girino attorno al savoir faire, alla natura smaliziata e dissacrante di Wilde, attraverso il semplice estro degli attori. La sua strafottenza verso il pudore o la buona creanza, sono privi di tali sentimenti tutti i suoi principi sul vivere. Fuggire i creditori è una esigenza primaria quanto quella di schivare le donne brutte e fare la corte alle belle. In questa schiettezza sta tutta la dolorosa provocazione che tira in ballo ogni personaggio costretto infine a rivelare se stesso come carne umana, intrisa di passione e peccati. Insieme percorrono la stessa via la gran dama e il prete, mentre la girandola delle coppie è impegnata a districarsi dagli equivoci dettati dal desiderio.

Cambiarsi nome, chiamarsi Ernesto è importante solo perché è utile sia a sedurre più facilmente, sia perché la bugia corrisponde a una parte imprescindibile dell'animo umano. Nelle favole bisogna confidare perché anche in fondo la Storia ci mostra in modo imprevedibile il suo volto diverso. Che alla fine placa tutte le differenze e unisce in un vincolo di sangue, fraterno, i principali protagonisti, ma anche gli altri personaggi. Un'unione romantica, ma sinceramente sublime per il suo contenuto d'utopia.
Parker crede fermamente al regime simbolico del racconto, per questo non cambia niente dell'opera di Wilde. Elabora l'operazione di autentica messa a fuoco di una dimensione fatata che tende a prescindere dalle date storiche. Cosicché di fronte ai costumi plateali, alle moine e i modi, i riti di un passato che sembra lontanissimo, l'attualità è quella di un essere umano costretto da sempre a una serie fitta di convenzioni e maschere, ma sono proprio queste ultime a far baluginare in modo prepotente la verità di un'esistenza nella lotta continua tra essere ed apparire, che era un po' il cruccio di Wilde. Parker iberna questa paurosa consapevolezza, fino a farla ridondare in modo claustrofobico nel film, laddove il pensiero sembra davvero imprigionato da immagini sempre regolari ed estetizzanti. Senza via di scampo ma con la consolazione che si tratta soltanto di un giocattolo sofisticato.

© 2003 reVision, Andrea Caramanna



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