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Erin Brockovich2h 10'
Regia: Steven Soderbergh Diva sfacciatamente inflazionata (tre film nella stagione in corso), Julia Roberts è oggetto cinematografico ingombrante, e famelico (di
primi piani); deve essersene accorto Steven Soderbergh che in Erin Brockcovich decide di girare praticamente due film: uno soffocato dagli occhioni umidi di Pretty
Woman, l'altro battuto dal vento del paesaggio americano (fotografato dal bravo Ed Lachman, che ricordiamo in Nick's Movie di Wenders). Del "primo film" ci sarebbe
anzitutto da dire che il personaggio è costruito dalla significazione vestiaria (miniabiti, shorts, colori impossibili), nell'ordine del kitsch, tra il giocoso e il burino.
Si tratta di una donna che è stata reginetta di bellezza, che ha avuto tre figli e due mariti, e che in difficoltà economiche si aggrappa alle uniche due persone sensibili
che conosce: un avvocato di periferia (l'ottimo Albert Finney) che le dà un lavoro e un motociclista tatuato che le tiene i figli. Il passo successivo di Erin è quello di
imporsi, con grande volontà, in una causa legale di cui le sfuggono le coordinate tecniche (non ha mai studiato legge) ma non certo i dati umani: mettere al muro una grande
compagnia che tratta il ferro con elementi chimici nocivi (secondo la figura classica del Davide contro Golia visto recentemente in Insider, ed
espressamente citata nei dialoghi del film di Soderbergh) sarà possibile soltanto grazie alla fiducia che un gran numero di querelanti ripongono in lei.
Il film non risulta agiografico, in quanto le motivazioni del personaggio restano sempre molto terrene: c'è un desiderio di rivincita sociale (in una scena Erin dice di
essere felice perché per la prima volta nella vita incute negli altri un certo rispetto) che sposta l'asse dei valori dalla famiglia al lavoro (spostamento tutto interno
ad una logica di classe piccolo-borghese), e si aggancia saldamente al sistema coi suoi punti di riferimento (si veda il passaggio dall'automobile vecchia a quella nuova,
e soprattutto la scena dell'assegno con la gag di Albert Finney). In sostanza Erin Brockovich è un film sul denaro, sulla filantropia monetizzabile, sulla possibilità
dell'individuo semplice di fare non solo la Storia, ma anche i Soldi (persino in Forrest Gump, con vari espedienti narrativi si dice chiaramente allo spettatore che
il protagonista guadagna inconsapevolmente una fortuna: va bene naif e bizzarro, ma che sia ricco; e si veda pure, sul tema, l'analisi di Eyes Wide Shut
realizzata da Marcello Walter Bruno nel volume monografico su Kubrick edito da Gremese). Per il resto (il "secondo film") Soderbergh guarda allo Scorsese di Alice Non Abita Più Qui e riesce a collezionare pezzi di un'America privata, fatta di case isolate
e personalizzate, di interni nel repertorio del gusto popolare, di giardini spelacchiati e piscine di plastica larghe un metro; un'America lontana da Beverly Hills, vicinissima
al concetto di "home", messo in pericolo dalle speculazioni economiche. La dimensione più autentica del cinema di Soderbergh (regista che continuiamo ad amare) è proprio
in questa selezione critica della realtà filmabile: l'idea di Bello connessa all'idea di "abitabile" è un paradigma dell'arte americana che il regista di Sesso, Bugie e Videotape
ha bene in mente, e nella dialettica fra esterni (campi lunghissimi in piena luce) ed interni (riprese in dettaglio, ombre dominanti) si gioca l'esito creativo di un film
senza dubbio "minore" ma degnissimo.
© 2000 reVision, Luca Bandirali
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