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L'Eredità

Arven - 1h 47'

Regia: Per Fly



Non c’è vera amarezza, non c’è emozione autentica quando manca il dolore nello/dentro lo sguardo. Nella contemplazione severa deve intuirsi il senso di nullità delle cose, contro la superficialità irrilevante e pure il grado zero del visivo radiografato, raccontato come serie di eventi plausibili. L’Eredità senza umore, anzi senza humour, segue i suoi bravi personaggi con la solita mdp mobile ma più composta, nella drammaturgia solenne, già intuibile, prefissata e sclerotizzata nei suoi tragitti ovvi. Il cinema danese, quello del Dogma di Von Trier (che produce il film), sembra affidarsi alla molteplicità del conflitto nel cuore dell’evento costruito a misura di ripresa, artefatto, senza alcuna possibilità di catturare il reale oltre lo schema visibile del copione. Ogni variazione "emotiva" permette di saldare i vari momenti della storia. In questo caso all’inizio ci voleva proprio un suicidio, una inattesa impiccagione per ispirare il trauma dal quale poi partire per insidiare le felicità personali intraviste nelle prime scene del film. La mdp si limita a registrare con qualche sussulto estetico ogni piccola sorpresa comportamentale, perché in queste azioni è ricercabile la fonte di ogni (presunto) spettacolo della forma. La parte più interessante è l’articolazione visiva di alcuni spazi di potere, la direzione intrapresa dalle parole per segnalare, erigere le barriere gerarchiche, ma anche per aprirsi alla versione più spietata e cinica del postcapitalismo contemporaneo significata ampiamente dalla necessità indiscutibile della globalizzazione e quindi delle fusioni redditizie tra aziende. Ha una forza intrinseca la scena in cui i padroni parlano dall’alto agli operai, che la mdp inquadra come massa indistinguibile, sottolineando solo qualche gesto di onoranza funebre (gli operai possono levarsi l’elmetto solo per onorare la scomparsa del padrone). Il primo livello di rapporti, quello tra forza lavoro e datori di lavoro, non interessa particolarmente al film, che invece affonda completamente nella melma della classe dirigente, nei segreti, tra le invidie, i rancori, i giochi di poteri, le astuzie, che poi hanno un risvolto familistico. I rapporti familiari sono snaturati e incrinati dalle posizioni di controllo all’interno dell’azienda. Una saga industriale che è anche perpetuazione di una saga familiare ristretta, quella che infine ha il potere assoluto e, non a caso, l’occhio si sposta verso la partenza "sontuosa", "in costume", per una partita di caccia, oppure rappresenta la cena in casa come tradizionale appuntamento tra "eletti".

L’Eredità, già nel titolo, fa cenno alla possibile ambiguità del termine. Per il personaggio di Christoffer cosa significa ereditare? Una (neo)consapevolezza, almeno secondo la madre, della differenza caratteriale tra consanguinei, per cui la debolezza del padre è la causa dei debiti, mentre la forza e la spietatezza della parte materna servirebbero a condurre con successo l’azienda? Oppure è il potere acquisito che cambia tutte le relazioni comprese quelle di coppia? Il potere come seduzione assoluta?
Con naturale freddezza scopriamo la sostanziale incomunicabilità tra Christoffer e Maria. Ma ancora la sensazione che sia abbastanza predisposta la scena verso un obiettivo preciso. L’aridità spirituale, la mancanza di pietà, l’indifferenza verso la gioia, e l’unica strada percorribile (mai libera veramente), quella straziante di un cuore definitivamente in inverno. Quell’ultima sequenza di addio con i sentimenti, che segna un ritorno (im)possibile è là per straziare ulteriormente la passione dello spettatore, per scandalizzarlo e irritarlo di fronte alla ritrosia estrema del cuore, che guarda il proprio figlio e neanche lo vede...

© 2004 reVision, Andrea Caramanna