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L'Era Glaciale 3 – L'Alba dei DinosauriIce Age: Dawn of the Dinosaurs - 1h 34'
Regia: Carlos Saldanha & Mike Thurmeier A garantire il crescendo di una saga cinematografica concorrono soprattutto i personaggi protagonisti
e lo spessore delle loro sfumature psicologiche. E questo grazie ad una buona sceneggiatura servita da dialoghi ben dosati,
che sappiano intrecciare con sapienza gli elementi narrativi con quelli spettacolari, mantenendo alto il grado di attenzione
del pubblico, episodio dopo episodio. E’ finito il tempo in cui il cinema d’animazione, oggi sempre più predisposto ad accogliere
le più innovative tecniche del linguaggio digitale, possa puntare solamente sull’elemento della fascinazione. Il lavoro dei
nuovi team creativi, in questo campo, si affida al trasparente effetto di verità (pur mantenendo gli standard umoristici e
fantastici dei classici d’antan) derivato dalla puntualità dei dettagli, dalla consistenza del paesaggio, dalla fantasia inventiva,
dalla plausibilità realistica di situazioni e personaggi e dall’effetto–sorpresa del ritmo. E così, prodotti destinati al pubblico
adolescente finiscono spesso con l’esibire trame e tematiche drammaturgicamente più sviluppate e complesse dei film che si
rivolgono agli adulti. E i personaggi di carta risultano più plausibili di quelli in carne e ossa.La nostra premessa si attaglia perfettamente a questo L’Era Glaciale 3 – L’Alba dei Dinosauri, che vince la sfida di mantenere alto il livello qualitativo della fortunata saga distribuita dalla 20th Century Fox con un elevato numero di copie (più di 900 solo sul territorio nazionale, un numero mai raggiunto prima, di cui 250 con il sistema 3D) ed affidata alla raffinata e già collaudata regia di Carlos Saldanha, in questa occasione in coppia con Michael Thurmeier (nel primo capitolo Saldanha era affiancato da Chris Wedge mentre il secondo lo aveva firmato da solo). Questa volta, alla raffinatezza dell’ordito drammaturgico si coniuga l’efficacia trompe-l’œil del 3D con sequenze pirotecniche che garantiscono emozioni da otto volante, degne di un’avventura governata dai sentimenti e rivestita di un’ironia sottilmente libertaria. Il tema fondante dell’epica saga è quello dell’amicizia, come solido valore universale tutto sviluppato in un’avvincente prospettiva (e davvero l’effetto magniloquente dell’innovativo sistema di visione XpanD – in grado di far stagliare le immagini con inedita luminosità e da noi goduto di fronte allo schermo più grande d’Italia, quello del cinema King di Palermo, per mezzo di costosi occhiali speciali funzionanti a batteria – non inficia la granatura intimista della storia). L’avventurosa vicenda della terza puntata di questa saga ci conduce ai confini di paesaggi lussureggianti
e paradisiaci che nascondono insidie da plot mitologico alla Rudyard Kipling. Sull’incipit c’imbattiamo in Scrat, lo sfortunato
scoiattolo preistorico, intento col suo naso lungo a inseguire la sua desiderata ghianda, lungo una rotta che lo fa incontrare
con la roditrice Scrattina (una new entry che lo farà innamorare dandogli filo da torcere), dotata di coda volpina e sguardo
languido alla Jessica Rabbit, una vera e propria femme fatale pronta a contendersi, con ammaliante sensualità, il cibo da rosicchiare.
Nonostante il ghiaccio solido sotto le zampe, i problemi non tardano ad arrivare per i nostri protagonisti. E sono problemi di
natura esistenziale, come quelli che avviliscono l’animo malinconico di Diego, che si stacca dal suo gruppo di amici in preda
ad una crisi d’identità dovuta all’angoscia del tempo che scorre. O come quelli che attendono i mammuth Manny ed Ellie, in
trepidante attesa del loro primo figlio (l’immagine del nido costruito tra i ghiacci è un autentico, luccicante simbolo poetico).
Anche il bradipo Sid è preda del sentimento di maternità che affiora, dentro una caverna ghiacciata, quando s’imbatte in tre
uova di tirannosauro da cui nascono cuccioli pronti a riconoscersi come figli suoi. All’opposto, gli opossum Crash & Eddie vivono
le loro giornate da eterni adolescenti. Manny ed Ellie in dolce attesa si sentono abbandonati dai loro amici fino a quando non
sopraggiunge il gigantesco tirannosauro, madre dei piccoli, e Sid entra in un pericoloso e avventuroso cunicolo inseguendo i
cuccioli e finendo insieme ad essi in una terra dimenticata dal tempo, sotterranea e solo in apparenza colorata, in realtà
pregna di sorprendenti pericoli, tra animali preistorici di tutte le razze e piante carnivore. Così l’armata di Brancaleone
composta da Manny, Ellie, Diego e i dementi Crash & Eddie, si reca sulle tracce dell’amico Sid abbandonando la tranquillità
dei ghiacci e affrontando con generosità incosciente insidie di ogni sorta, animata dal sacro fuoco dell’amicizia. A far loro
da guida c’è il furetto Buck, conoscitore della giungla ed esperto nell’evitare le trappole, perdipiù ossessionato dalla ricerca
di un dinosauro bianco che lo ha reso guercio (un nuovo personaggio che si rifà a quello celeberrimo dell’Achab di Melville,
a caccia dell’escrescenza mostruosa del proprio doppio, il nemico generato dall’inconscio).
Esibendo le sue tonalità variegate a sostegno di una tensione narrativa sempre turgida e vivace, questa
terza parte de L’Era Glaciale offre con brio i divertenti e romantici siparietti (con gag in perfetto stile slapstick)
della caccia alle ghiande, intervallati da canzoni soft d’annata come "You’ll never find another love like me" di Lou Rawls e
"Alone again" di Gilbert O’Sullivan (col condimento di una piccola sorpresa sul finale che non riveliamo), puntando su un
citazionismo cinematografico e musicale assai colto e misurato, giocando la carta vincente di un’ironia intelligente che accompagna
l’evolversi dei numerosi colpi di scena e l’incanto disegnato di una figuratività all’altezza dei capitoli precedenti. Tra orde
di pterodattili sfreccianti lungo il canyon assistiamo pure al più movimentato parto della storia del cinema d’animazione
suggellato dal tenero affiorare del neonato di Ellie, battezzato col nome di Pesca. Non mancano momenti malinconici e riflessivi
come gli sconfinamenti moderni in una sociologia esistenziale che mette a fuoco i turbamenti del bradipo Sid, col suo desiderio
di famiglia allargata che evidenzia un bisogno di "maternità", come sintomo (forse) di una tensione omosessuale. Ma tutte queste
derive intimiste non inficiano la godibilissima sostanza spettacolare di un’opera che propone con decisione una rilettura critica
del genere fantasy, evocando la magmatica immaginazione di Ray Harryhausen e i paradigmi fantascientifici delle produzioni
serie B d’antan. Resta l’assunto che incita lo spettatore a rivangare un originario spirito di solidaristica affezione ai valori
umani, caratteristica di quelle fiabe ascoltate, viste e vissute in tenera età nell’illusione che la storia (anche quella della
propria vita) si potesse vivere come un mito.
© 2009 reVision, Francesco Puma |
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