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Entrapment1h 52'Regia: Jon Amiel Nell’anno di Hitchcock, tra ritardatarie manifestazioni d’affetto (persino Kezich, alle prese con un sofferto ripensamento senile) e
remake a pioggia (clamoroso il caso di Psycho), si affollano sullo schermo le pellicole che tentano
di replicare le acrobazie linguistiche del Maestro inglese.Se il film di Gus Van Sant dimostrava quanto inutile possa rivelarsi la pratica (presuntuosa) dell’aggiornamento, Entrapment di Jon Amiel (il cui ultimo film si intitolava The Man Who Knew Too Little, pensate un po’) rappresenta invece un’ipotesi di segno contrario, poiché cerca di innervare il tessuto narrativo del thriller moderno con una serie di soluzioni di derivazione dichiaratamente hitchcockiana. Cominciamo dalle assonanze con l’autore di Notorius, allora, che sono senz’altro le note migliori di un film perfettamente calato nel filone citazionista dell’ultima Hollywood; l’intreccio, che si muove nell’ambito del traffico internazionale di opere d’arte, richiama alla mente Caccia Al Ladro, il capolavoro del 1955 con Cary Grant e Grace Kelly. Il ladro fascinoso protagonista di Entrapment è un signore raffinatissimo, attempato ma ancora scattante, con residenza in un castello scozzese; con lui arriviamo alla seconda citazione, una citazione in carne ed ossa che risponde al nome di Sean Connery, l’interprete di 007 ma soprattutto (per quanto ci riguarda) di Marnie, straordinaria incursione di Hitchcock nei territori della psico(pato)logia. Il terzo rimando è costituito, in generale, da un gusto alla De Palma per la riproposizione di scene famose: qui vediamo, tra le altre, una buona sequenza d’azione (Connery, aggrappato ad un pilone d’acciaio afferra la partner salvandola da un salto nel vuoto) che ricorda il gioco di corpi in Intrigo Internazionale. Tutti questi elementi di "prelievo linguistico" si accompagnano ad un uso interessante del montaggio
interno, che è un’ottima risposta alla tendenza attuale della segmentazione ossessiva: al ritmo frenetico, spezzato, di un Michael Bay (un altro Connery recente, The Rock),
Amiel oppone un lavoro sulla messa a fuoco, sul movimento di macchina; traduce con frequenza la maggior parte dei segni di punteggiatura del racconto cinematografico (la dissolvenza
in nero, per esempio) in soluzioni interne all’inquadratura che favoriscono la continuità di ripresa. Così funzionano le ripetute "sparizioni" dei personaggi nell’inseguimento
all’interno dei grattacieli gemelli di Kuala Lumpur; così pure è organizzata la sequenza del finale (che però è eccessivamente statica e sfrutta la soluzione di partenza qualche
volta di troppo), cogli attori improvvisamente celati dai convogli della metropolitana.Se l’ispirazione è nobile e il montaggio efficace, cosa impedisce a Entrapment di segnalarsi come pronipote di Caccia Al Ladro? Tante, troppe cose, che tutte insieme trasformano il film di Amiel nel più prevedibile, ridondante contenitore di colpi di scena. Manca la direzione degli attori, che si affidano al repertorio e non raggiungono mai un’intesa sufficiente (ma ce le ricordiamo le coppie di Hitchcock? Grant/Bergman? Stewart/Kelly?). Manca una diva bionda, e rimproverare a Catherine Zeta Jones il colore dei capelli è solo un eufemismo. Manca la capacità di costruire il suspense e di diluirlo con le trovate comiche, le gag da commediante che Hitchcock sapeva introdurre con arguzia. Insomma il paradosso di Entrapment consiste nell’essere testo densissimo per l’analista, e un’opera di educato cinema commerciale per il critico, che forse s’aspettava di meglio. © 1999 reVision, Luca Bandirali
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