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Nella Valle di Elah

In the Valley of Elah - 2h 01'

Regia: Paul Haggis



Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra.
(Primo Libro di Samuele, capitolo 17, versetto 49, "La Sacra Bibbia")

Immagini digitali per una sequenza live: è la realtà in diretta restituita in frammenti, spezzettata e dilaniata. La metafora evidente si riferisce ad un corpo che ha subito lo stesso scempio: il corpo ridotto a brandelli del giovane Mike Deerfield (Jonathan Tucker), soldato della "guerra invisibile" in Iraq che, una volta rientrato, è scomparso misteriosamente prima di essere ritrovato bruciato e smembrato nei pressi di un campo militare, nel Nuovo Messico.
Che la guerra possa devastare fisicamente e moralmente è cosa risaputa, che i suoi meccanismi alienanti trasformino gli esseri umani più miti in potenziali mostri, altrettanto. Ma niente colpisce maggiormente, in tale contesto, del racconto di una sofferenza individuale, specie se vissuta di riflesso. E’ quello che ci regala Paul Haggis, vincitore d’Oscar per Crash, in un bel film girato alla maniera dei classici di Wyler, Nella Valle di Elah.
Dalla Los Angeles delle collusioni emotive mancate e mancanti (Crash) al Nuovo, polveroso Messico della violenza indotta (dall’esperienza sul fronte) e dell’abitudine all’orrore (memoria dell’Apocalisse coppoliana secondo Kurtz). E’ la perdita dell’innocenza e del senso del peccato, trasfusa nei colori lividi del corridoio di un obitorio o in quelli rosso accesi del sangue di una ragazza uccisa in una vasca, sintomo di una degenerazione della coscienza, di un furore omicida che rende concreto, fino alle sue estreme conseguenze, il Male.
Ma Nella Valle di Elah è soprattutto l’implacabile esplorazione del dolore che, prima l’assenza e poi la constatazione del delitto, è in grado di produrre. Un dolore incarnato, più che interpretato, da Tommy Lee Jones (attore dal volto butterato le cui rughe ostentano i segni del vissuto, insieme a quelle di recenti vicissitudini), nel ruolo del padre della giovane vittima, che egli prima cerca inutilmente fino a quando non ne scopre la tragica fine. Per questo ruolo forte (che avrebbe potuto recitare, con altrettanta efficacia, solamente Clint Eastwood tra i vivi e John Wayne tra i miti) Lee Jones guadagnerà sicuramente il suo bravo e meritatissimo Oscar, se il diavolo non ci metterà la coda.

Lui è Hank Deerfield, ex membro della polizia militare in pensione, uomo abituato alla compostezza e all’ordine (porta sempre una camicia accuratamente stirata), borghese cocciuto e disposto alla sua presa di coscienza (contro la Ragione di Stato) almeno quanto lo era Jack Lemmon, padre trasferitosi nel Cile dittatoriale alla ricerca del figlio, in Missing di Costa–Gavras. Che il proprio ruolo di padre debba subire una drammatica verifica, Hank lo avverte attraverso piccole avvisaglie, simbolicamente evidenziate dal regista attento ai dettagli: così, il semplice graffio sanguinante durante il rituale mattutino della rasatura, funziona da presagio dell’evento. La percezione del mistero intorno alla morte scomoda del figlio diventa l’oggetto di un’indagine straziante, per Hank, a confronto con le immagini confuse e impalpabili del fattaccio, che diventano chiare solo nell’intuizione paterna, svelata dal chiarore di una luce abbacinante. Ma questa discesa agli inferi non è segnata solo dalla verifica incerta di immagini riprese, anzi si tempera con l’afflato della parola umana votata alla speranza e alla memoria, col confronto tra identità che si ritrovano legate in un’unica, lancinante, indicibile sofferenza: così, prima il colloquio telefonico tra il protagonista e la moglie Joan e poi il loro sconsolato abbraccio nella morgue, svelano la verità di una condizione d’impotenza di fronte alla scomparsa improvvisa e violenta di un figlio che simbolicamente cita quella dei parenti delle vittime di tutti i fronti ancora aperti (e Susan Sarandon ci regala il più sofferto ritratto di madre visto quest’anno, insieme a quello della Schygulla in Ai Confini del Paradiso). Il destino di Hank s’incrocia, durante il suo calvario, con quello di Emily Sanders (una sempre più brava Charlize Theron che esibisce, senza make-up, i propri turbamenti e dubbi), un ispettore di polizia che non esita a sporcarsi le mani investigando sul caso del giovane Mike, e che è madre di David (Devin Brochu), un bambino fragile che non riesce a dormire a luci spente. Il nome David rimanda all’elementare allegoria che fornisce il titolo del film, l’episodio biblico della battaglia impossibile (avvenuta 3000 anni orsono) tra il figlio del Re Saul e il gigante Golia, sconfitto dal più debole con cinque pietre, per l’appunto nella valle di Elah.
In questa debolezza che si trasforma in forza, perché sorretta da una sete di giustizia, si specchia riconoscendosi l’anziano Hank, conducendo la propria impari lotta contro il gigantesco muro di gomma opposto dalla nomenclatura dell’esercito Usa, un potente manipolatore di verità, capace di ammorbare sensi e sentimenti, portatore di supremi ed imponderabili principi di equilibrio strategico e di un’esasperata etica del dovere. Ma quando le parole e le immagini prospettano la soluzione del fatale enigma su una morte inutile, ecco che il padre onora la memoria del figlio defunto affrontando, insieme alla complice Emily, le contraddizioni di un’America consegnata, forse definitivamente, ai propri eccessi, schiava del perverso meccanismo della propria politica di difesa/offesa, dualità generatrice di crimini atroci.

Che Paul Haggis, prima di essere un regista vincente giunto alla sua seconda prova, sia stato un magnifico sceneggiatore (insieme a Richard LaGravanese il migliore di questi ultimi anni), lo si nota dalla dovizia con la quale sono curati i passaggi drammaturgici di questo suo film. Lirismo controllato e regia attenta a non invadere il terreno del patetismo impudico con il quale temi così difficili rischiano di essere affrontati: è servita a qualcosa la lezione di Coppola che ha raccontato il dolore dei reduci dal Vietnam in Giardini di Pietra. A dirci dell’angoscia provocata dall’affannosa ricerca di una verità imprendibile bastano i frammenti delle immagini digitali (la restituzione di una realtà segmentata che produce smarrimenti: lo stesso ammonimento sull’incertezza contemporanea e sul sonno della ragione indicata, attraverso YouTube e Blog che descrivono l’orrore bellico, da Brian De Palma nel suo recente Redacted); così come per indicare la desolazione della perdita di Hank bastano gli squarci del paesaggio di provincia o i silenzi di un fast food (dove campeggia il tavolo vuoto un tempo occupato dal figlio Mike) appena rotti dall’eco di alcuni motivi country.
E la dedica finale "a tutti i bambini", dopo che si è mostrato uno di loro falciato sul selciato dell’Iraq che non conta più i suoi morti tra i civili, indica il bisogno urgente di una matura presa di coscienza, della necessità impellente d’individuare le radici invisibili del Male che rischia di travolgere il mondo. La bandiera a stelle e a strisce appare così rovesciata (come quella di Spielberg in Salvate il Soldato Ryan, appariva decolorata), segno amaro di un dolore privato il cui urlo è capace di rovesciare la prospettiva delle cose, segno del lutto delle coscienze di una civiltà in declino, segno di un privato che si fa politico mostrando le impressionanti rughe della Storia.

© 2007 reVision, Francesco Puma