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Edmond

1h 16'

Regia: Stuart Gordon



Misteriosi sono i motivi che spingono alcuni individui "normali" o "normalizzati" ad abbandonare l’annichilente routine quotidiana alla ricerca di una vita nuova. In tempi di esistenze parallele, gestibili senza sforzo alcuno via Internet, sembrerebbe questo un argomento desueto, sul quale la letteratura e il cinema si sono cimentati parecchio sfornando autentici capolavori (leggete, se non lo avete fatto, "L’uomo che guardava passare i treni" di Simenon; correte a rivedere Professione: Reporter, ultimo grande film di Antonioni finalmente disponibile in una magnifica versione DVD restaurata). A sorprenderci con una sua recente variazione sul tema ha provveduto Stuart Gordon, talento precoce della post - Hollywood anni Ottanta, pervicace estimatore di Howard Philips Lovecraft (che lo ha ispirato per i suoi fanta-horror ormai di culto come Re-Animator, Terrore dall’Ignoto e Dagon), ma anche vittima della routine low budget che lo ha trasformato, per un certo periodo, in un emulo privo di grazia del grande Roger Corman nello sciorinare i deludenti Robot Jox (omaggio ai Manga), Il Pozzo e il Pendolo (un manierato para-Poe da dimenticare) e come produttore Re-Animator 2 (loffio sequel diretto da Brian Yuzna, quello di Society). A provocare il giro di vite per Stuart, talento in crisi, è stato l’incontro con David Mamet, uno dei più originali e prolifici drammaturghi contemporanei (a sua volta sapiente regista di gioielli come La Casa dei Giochi e Le Cose Cambiano oltre che abilissimo sceneggiatore): questo suo Edmond è stato innanzitutto un magnifico play sulle scene teatrali (magistralmente interpretato da Kenneth Branagh).

Per la trasposizione cinematografica il regista Gordon ha scelto come protagonista uno dei volti più emblematici della new wave Usa, William H. Macy, perfetta incarnazione dell’uomo comune destinato ad essere coinvolto in situazioni aggrovigliate fino all’intrigo e che deve i primi successi proprio alle sue partecipazioni in film di Mamet (da Homicide ad Oleanna, da Hollywood, Vermont a Spartan, passando per i Coen di Fargo). Dunque, William è Edmond, mediocre agente di cambio in preda ad un irrefrenabile orrore di se stesso che lo conduce ad affidarsi alle preveggenze di una cartomante. Ma le sentenze degli astri sono solo un pretesto per l’uomo che non vede l’ora di tagliare la corda per liberarsi dell’insipido e sofferente ménage coniugale (la moglie è Rebecca Pidgeon, nella vita sposata con Mamet). Proprio come uno degli antieroi simenoniani, Edmond intraprende con determinazione la sua discesa agli inferi, sprofondando in un’inquietante Los Angeles notturna che gli riserva la fatale affinità col diavolo tentatore di turno (che ha l’aplomb sornione dell’impagabile, e anch’esso mamettiano doc, Joe Mantegna), capace di spingerlo sull’orlo (e oltre) di un delittuoso abisso. Complici di perdizione risultano essere, nella metropoli pericolosamente multietnica, la cameriera Glenna (la dolce Julia Stiles) con la quale il nostro s’impelaga in una relazione all’ultimo respiro, la Peep-Show girl che ha l’intenso volto di Bai Ling (la cinese vista in Lords of Dogtown e nel commovente Beautiful Country) e la puttana interpretata da Mena Suvari.

Nell’allucinante microcosmo dove i bianchi convivono separati dai neri, entrambe le razze e le gang agite come pedine mercé un sistema che ha per centro propulsore l’economico plus-valore del profitto facile e bulimico, irrompe il demone di una follia repressa che ha come illustri predecessori le psicotiche, sanguinarie performance del Travis Bickle di Taxi Driver e dell’occhialuto giustiziere per forza impersonato da Michael Douglas in Un Giorno di Ordinaria Follia. Ma questa storia molto "noir" dal beffardo finale (che, in verità, ci rammenta soprattutto certe atmosfere del Truffaut alle prese con David Goodis per Tirate sul Pianista) reca il non comune imprinting del Mamet touch, splendidamente servita dall’intelligente fotografia lunare, incandescente ed astratta di Denis Maloney. La regia del rinato Gordon, poi, si rivela capace di controllare con gusto e misura speciali la materia, conferendo al film un andamento "jazz" dotato di asciuttezza ed intensità. E così la parabola molto americana del Mr. Hyde che fa capolino nel subconscio arroventato del self-made man si tramuta in una metafora universale che riesce ad inquietare ogni ipocrita comune convinzione di equilibrio. Tutte le tentazioni di fuga, tutti i falsi movimenti nascondono intatti desideri di trasgressioni criminali, buoni a liberare la maligna bestia che è dentro di noi: e non è forse questo che ci hanno ripetuto, che continuano e ripeterci i vecchi e nuovi libri e film della nostra vita?

© 2007 reVision, Francesco Puma