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Eden

1h 31'

Regia: Amos Gitai



L'aspirazione al paradiso in cielo o in terra ricorre nelle mitologie della specie umana. Gitai sceglie un testo di letteratura, che cerca in concreto di costruire una forma narrativa a partire dal desiderio di un mondo migliore o trascendente. Il racconto della terra promessa è un racconto storico: la costruzione dello stato di Israele che si palesa come vera e propria erezione di un nuovo edificio - per questo vediamo all'inizio alcuni operai collocare i mattoni delle mura di una casa. L'evento storico, in letteratura, si può esplorare in relazione a varie tematiche e sentimenti, ponendosi l'ambizioso obiettivo di percepire i pensieri che determinano gli eventi. Così un racconto del passato, che è inscritto nella trasmissione storica dei fatti, è una sorta di flusso molle nel quale è decisivo cogliere le sfumature che probabilmente determineranno un evento straordinario, un evento che non mancherà di suscitare per molto tempo l'attenzione da parte dei posteri. Fioccheranno gli interrogativi, le domande sul perché alcuni uomini e donne abbiano agito in un modo invece che un altro. Se di fronte a certi eventi come l'olocausto degli ebrei si registrano automaticamente vergogna e ferma indignazione, dobbiamo pur ammettere che le cose forse non sono tanto semplici. Basti pensare che cronologicamente ci troviamo di fronte alla contemporanea fondazione dello Stato ebraico di Israele.

Dice Gitai: "Il film è la contemplazione di un soggetto che mi è sempre interessato: il modo in cui un manipolo di individui si possa trovare "intrappolato" nella Storia con la S maiuscola. [...] Lentamente, la Storia si insinua in questa vicenda privata. Cosa che mi sembra riguardare la maggior parte delle persone che vivono in situazioni di conflitto o all'interno di sistemi ideologici che li opprimono". Questa affermazione è doppiamente utile perché in effetti le dinamiche del film sembrano essere rigorosamente funzionali alla decifrazione di un fenomeno. Se tutti fossimo in grado di non agire in un certo modo, per esempio commettere omicidio, non ci sarebbero i famosi dieci comandamenti e non ci sarebbero neanche omicidi. Per cui niente accade improvvisamente, si alimenta piuttosto, ed in maniera insidiosa e subdola, il turbamento e la sensazione angosciante che qualcosa stia mutando sotto i nostri occhi, appunto come in quella trappola di cui parla Gitai e che improvvisamente si evidenzia come fenomeno ineluttabile. In questo senso il rapporto di coppia mostra, a scapito della suspense, troppo presto le sue crepe, quando il marito rifiuta nettamente le avance erotiche della moglie e di seguito in un rapporto sessuale del tutto insoddisfacente. Ma non si tratta solo di incompatibilità coniugale. La crisi è di grandi ideali, di prospettive e visioni del mondo.

E pure siamo quasi obbligati a seguire la superficie paradossale delle inquadrature, a lasciarci ingannare dalla sensualità e bellezza delle immagini (fotografia di Renato Berta), soprattutto i volti, e perfino lasciarci incantare dai paesaggi esotici o dalle strade in cui i passanti sono osservati con inusitata attenzione. Ma dov'è la storia, dov'è il cuore degli intrecci, dove inizia un percorso, in quale momento si apre il baratro, quando si prospetta un'azione irreversibile e quando cambia, se cambia, il corso degli eventi? Forse sempre, suggerisce Gitai, in una percezione in cui possiamo cogliere la relativa immobilità delle immagini sempre ingannevoli e fini a sé stesse da una parte (forse questo è l'unico film possibile) e la traccia lineare di una scrittura, quella drammaturgica di Miller che insegue vanamente razionalismi di causa-effetto che si rivelano solo fioche ipotesi. Prova ne è che lo stesso Miller, qui attore nella parte del padre, nel ripetuto dialogo più con se stesso che col figlio Kalman, tenta di trovare un accordo impossibile tra le innumerevoli disposizioni dell'uomo e con dolore riscontra che il compito di chi osserva da lontano, in una casa avvolta dal freddo nevoso del Connecticut, può essere soltanto quello di avanzare infinite riflessioni.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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