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Earth - La Nostra Terra

Earth - 1h 29'

Regia: Alastair Fothergill & Mark Linfield



A fine aprile si è celebrata la Giornata Mondiale della Terra, un’occasione preziosa per concentrare l’attenzione dei media circa i problemi dell’economia globale che, attraverso l’aberrata logica dello sviluppo selvaggio, ha condotto il pianeta sull’orlo del crack ecologico. Era il 22 aprile del 1970, quando il senatore democratico Gaylord Nelson provò per la prima volta a lanciare un campanello d’allarme sui problemi dell’inquinamento incipiente, segnando così la data della ricorrenza celebrata, con un appello dapprima raccolto da venti milioni di connazionali ed oggi ribadito da ben 174 paesi che hanno trasformato tale anniversario in un evento internazionale. Non c’era migliore occasione per la Disney di rimarcare, attraverso la nuova sigla Disneynature, il proprio impegno nel campo dei documentari sull’ambiente da perseguire con l’utilizzo di sofisticate tecniche di ripresa e di budget elevati (una tradizione inaugurata dal mitico Walt in persona che, già nel 1948, creò una linea di produzione documentaristica più volte premiata dagli Oscar e intitolata "La Natura e le sue meraviglie"). Per la Giornata Mondiale, la nuova sigla in collaborazione con la BBC Worldwide e la Greenlight Media ha confezionato un paradigmatico, imponente prodotto, realizzato con sofisticati e stupefacenti dispositivi in digitale, intitolato semplicemente Earth, come spiega il sottotitolo La Nostra Terra, a ribadire un’appartenenza che ha bisogno di urgenti tutele.
Per questa sorta di Te Deum sulla Natura, gli esperti registi Alastair Fothergill e Mark Linfield hanno impiegato ben cinque anni per riprendere ed elaborare (utilizzando tutte le più raffinate possibilità della cinepresa high speed che consente un’eccezionale risoluzione dell’immagine) ben 200 location (per le riprese aeree sono occorsi 250 giorni) affidando il commento montato alla musicale maestria di George Fenton la cui partitura è stata eseguita dalla celebre orchestra dei Berliner Philarmoniker, esibendo screziate e limpidissime ariosità sinfoniche. Sono elementi da kolossal del genere che fanno di questa sintetica versione cinematografica della serie televisiva BBC, "Pianeta Terra", il primo spin-off documentaristico della storia del cinema.
Che la nostra insostituibile e un po’ malandata palla di fango sia l’unico pianeta ad ospitare forme di vita grazie alla giusta equidistanza dal sole ce lo ricorda, con scrupolo didattico, la voce narrante italiana Paolo Bonolis (un po’ troppo enfatico il suo tono, a dire il vero: ci sarebbe piaciuto ascoltare il timbro originale dell’attore James Earl Jones). Il lapalissiano incipit è utile soprattutto ad apprezzare il gran teatro naturale che il film ci espone nel suo contrastato divenire. Un teatro della crudeltà, per parafrasare Artaud, visto che la insistita latitanza solare in certe zone della terra, e la sua traumatica ricomparsa, condiziona ed esaspera i conflitti tra l’ambiente e i suoi abitanti.

Earth si concentra ad illustrarci la lotta per la sopravvivenza della popolazione animale e, in particolare, di quella degli orsi polari costretti, nell’Artico, a procacciarsi il cibo per mezzo di una caccia affannosa affrontando il gelo (mentre mamma orsa allatta i propri cuccioli dopo aver digiunato per cinque mesi cullandosi poi nella neve: due sequenze che trasudano tenerezza) per poi attraversare il mare, denutriti fino allo sfinimento, arrivando ad attaccare un branco di trichechi. La variabilità climatica, principale causa di migrazioni e peregrinazioni delle comunità animali, viene postulata dagli autori di questo film come principio dell’ontologica imperfezione dell’ordine del mondo (mentre sappiamo che l’asse di rotazione terrestre è inclinato stabilmente di 23 gradi e mezzo rispetto al sole). Detto questo, è impossibile non abbandonarsi all’estetica ed estatica contemplazione della foresta boreale e delle sue conifere, un paesaggio poeticamente favolistico dentro il quale compare una lince che si aggira silenziosa tra i boschi, simbolo felino che però ostenta una speciale qualità antropomorfica per via della sua astuta intelligenza.
Un altro scenario assai suggestivo è quello assolato del deserto del Kalahari, dove seguiamo il tragitto di alcuni elefanti che si mettono in viaggio per raggiungere il Delta interno del fiume Okavango alla ricerca dell’acqua, imbattendosi nei leoni del deserto che puntano come preda i loro cuccioli. Come tattica difensiva gli elefanti adulti formano un cerchio protettivo buono a superare le ore notturne (una lunare attesa splendidamente inquadrata grazie ai prodigi dell’alta definizione). Ma con l’arrivo dell’alba qualche genitore si ritrova orfano del proprio figlio. La macchina da presa segue il viaggio di una madre elefantessa e il proprio pargolo distaccatisi dal gruppo mentre il pericolo è sempre in agguato. Dal Delta dell’Okavango l’azione si sposta lungo coordinate che ci conducono fino alla vetta dell’Himalaya per documentare la migrazione di uno stormo di damigelle di Numidia. Non manca l’elemento marino con il viaggio di una balena megattera che, per mantenere il proprio cucciolo deve migrare dall’equatore all’Antartico compiendo 6.500 chilometri (quella della sua specie è la migrazione più lunga compiuta da un mammifero marino). La densa immensità dei fondali oceanici ospita altre meraviglie ed ulteriori pericoli, uno dei quali è rappresentato nell’impressionante sequenza dello squalo bianco intento a cacciare la propria preda, contraltare allo spettacolo terrestre della grande migrazione dei caribou, più di tre milioni in marcia lungo la tundra. Anche in questa occasione si racconta di una minacciosa presenza, quella dei lupi alla ricerca spasmodica delle prede più deboli. I caribou provano ad adottare un caotico stratagemma di mescolamento che non impedisce, purtroppo, il sacrificio di qualche cucciolo finito tra le grinfie dell’avido carnefice. E’ il regno dell’imperfetto equilibrio di forze che impone la legge naturale del più forte versus il più debole.

L’avvicendarsi della stagione primaverile tempra l’armonia musicale che sovrintende al risveglio della vegetazione e al canto degli uccelli nei boschi di latifoglie del Nord America. Nelle lunghe estati, mentre gli alberi si fanno imponenti, le anatre mandarine, uscendo dal loro nido, imparano a volare. Per gradi, seguendo le indicazioni materne atterrano dolcemente sulle foglie secche, nel primo loro rapporto con l’esterno (questo è una delle manifestazioni naturali più positive ed armoniche). E, nella foresta pluviale della Nuova Guinea, assistiamo al corteggiamento dell’uccello del Paradiso: la più fantasiosa e magica dichiarazione d’amore di tutta la storia del documentario (che per bizzarria non ha nulla da invidiare a quella di Harry ti Presento Sally). Insomma, attraverso Earth, si condividono le emozioni provate da Fothergill e Linfield che hanno levigato con magistrale cura le loro immagini per raccontarci la fenomenologia dell’assoluto naturale, nei suoi cicli climatici e stagionali, da opporre all’invasiva presenza della nostra pulsante e non meno crudele civiltà contaminata, incapace di riservarci certe visioni paradisiache allusive di un tempo sospeso ed inneggianti all’eterno destino di un mistero organico su cui, da umani, non smetteremo d’interrogarci. Da non perdere i titoli di coda che mostrano la coppia di registi intenti al lavoro sul set o a spiegare la realizzazione delle loro magnetiche immagini.
Questo collage esemplare stimola il nostro desiderio di conoscenza, inquietandoci al contempo con implicite ammonizioni circa la necessità di preservare l’ordine delle cose sulla Terra. Ma grazie all’effetto illusorio del grande schermo, capace di proiettarci nel flusso dei paesaggi terracquei, proviamo la sensazione refrigerante di un dì più di ossigeno, la stessa quantità (lo apprendiamo dal film) che produce la foresta boreale e che si espande coinvolgendo l’atmosfera dell’intero nostro pianeta.

© 2009 reVision, Francesco Puma