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Dust2h 07'
Regia: Milcho Manchevski Dust. Polvere. I polverosi deserti dell'Ovest e le polverose steppe dell'Est. Ogni volta che Luke cade a terra, per un pugno o
per una ferita d'arma da fuoco, le sue labbra si sporcano di polvere. La stessa ricerca di ricchezza, l'unica ragione per cui combatte, si risolve nel classico pugno
di polvere. Dal mitico e sanguinario West statunitense, alla stessa legge delle armi nella guerra a cavallo tra Ottocento e Novecento nell'Impero Ottomano, precisamente in
Macedonia, sino all'attuale violenta lotta per la sopravvivenza nella New York d'inizio millennio. In ogni epoca, in ogni luogo, rivive il west.
Edge è un afroamericano ricattato da due poliziotti corrotti, per questo una sera si trova a rubare in un appartamento in una zona disagiata di New York. Cosa spera di trovare in una povera casa? Certo è che stavolta Edge sembra avere sbagliato luogo. Lì vive un'anziana donna, Angela, dalla forza impensata e dal grilletto facile. Angela trattiene il ragazzo. Ha una storia da raccontare ed essendo sola al mondo, ha scelto Edge per essere seppellita nella terra dove è nata. Le immagini del passato sono appese alle pareti, riempiono cassetti, sono tra fogli di giornale in un baule. Così inizia la storia di due fratelli, Luke e Elijah, l'uno pistolero, l'altro credente e vergine. In un bordello incontrano Lilith; Elijah la sposa, Luke, pur non avendo la capacità d'amare, se ne innamora a modo suo. Poi Luke fugge, inseguito dal fratello, e trova il selvaggio West in Macedonia, dove l'esercito turco ha messo una taglia su un ribelle, il Professore. Sembra una storia come tante. Una vecchia che racconta il passato, un giovane che è costretto a sentirlo narrare. Tutt'altro che scontata. La storia è fatta di storie, vive grazie ad un fondo di verità, ma soprattutto alla libera interpretazione, alla fantasia di chi la racconta, prima Angela, poi Edge. Il presente si alterna con il passato in lunghi flashback, il ritorno al presente, spesso brusco, si attua tramite colpi di tosse - Luke e Angela, malata alle vie respiratorie -, atti violenti. Il legame tra momenti temporali diversi è il gioco di cui si diletta Manchewski, come in una macchina del tempo impazzita. Il gioco si evidenzia con la morte di Angela e con l'interruzione della storia prima che la donna vi prenda parte. E' compito di Edge, in rotta verso la Macedonia - il viaggio di Luke stavolta per una buona causa -, completarla e raccontarla in aereo alla vicina. La linearità attribuita dall'uomo al tempo cronologico è sovvertita. Edge appare nelle foto insieme a Luke ed Elijah, l'aereo su cui viaggia sfreccia nel cielo mentre Elijah decide di portare la neonata Angela in America dopo la morte di Luke - da ricordare quello che il comandante turco dice a Luke, apostrofandolo come reperto del passato, che morirà quando vedrà una macchina volare, simbolo del progresso, giacché un americano (non pronuncia il suo nome ma è chiaramente Lindbergh) ha appena sorvolato l'Atlantico. Edge è il destinatario di una magia, colui che deve chiudere un cerchio lasciato aperto cent'anni prima. Chi può farlo se non il cercatore d'oro di oggi? L'oro, unico interesse di Luke, quell'oro che appare e scompare, che incredibilmente - ma la storia, appunto, è continua ricreazione, è mito e realtà insieme - cade per caso nelle mani di Edge - giorni interi a cercarlo a casa di Angela ora in ospedale, per scoprire essere nel frigorifero tante volte aperto e chiuso dal ragazzo - come una vincita alla slot machine - la maniglia rotta lascia un'apertura da cui le monete d'oro cadono tintinnando. Se Edge lo ritrova è perché la storia di Luke deve finire, concludersi riscattandolo. D'altronde Angela è nata per l'unico atto disinteressato di Luke. Manchewski ripercorre la forma circolare del film d'esordio Prima Della Pioggia. Lo fa con una vicenda che lega la sua esperienza statunitense e la sua origine macedone,
entrambe realtà conosciute. Lo fa utilizzando come guide una coppia curiosa, una donna anziana e un ragazzo, entrambi poco inclini alle smancerie, entrambi soli, entrambi con
un vissuto di violenza. Così come l'andamento del tempo, il suo procedere ordinato per anni e secoli, è disatteso, anche la differenza di età non separa ma avvicina esistenze
simili. Si possono perdonare, personalmente mi hanno divertito, le apparizioni di Corto Maltese - del tutto credibile la sua presenza tra gli avventurieri in Macedonia, personaggio fittizio e mitico in un contesto anch'esso in ogni caso mitico - e di un Sigmund Freud colto dal maldimare sulla nave che porta Luke in Europa - il suo taccuino ci dice che sta formulando la teoria dell'io. In fondo il gioco sul tempo amplia il suo raggio d'azione sui personaggi, veri o presunti tali o mai esistiti, e sulla loro collocazione nello spazio non solo temporale, ma anche nei molteplici luoghi di quello stesso spazio. Quello che non possiamo perdonare è la chiara ed ennesima citazione tarantiniana (quante volte ci siamo trovati a rilevarlo? Segno inequivocabile della potenza suggestiva in tanto cinema odierno dei due film culto Le Iene e Pulp Fiction), sia per il personaggio di Elijah, uomo che usa le armi pronunciando passi del vangelo, che per la presenza di una scena ad incrocio di pistole e fucili. Idem per una fotografia diseguale (Barry Ackroyd, direttore della fotografia di tanto Loach), in cui pesa l'utilizzo in momenti precisi (l'inizio del racconto di Angela, i ricordi di Luke circa Lilith) di un brutto bianco e nero. La storia c'è ma non è propriamente quella che appare essere; la storia è questo gioco, dove persino la non esemplare recitazione degli attori, comunque giusti nei loro eccessi d'addizione e sottrazione di pathos, ha efficacia in un film dove si ride a crepapelle per l'uccisione di un uomo. Lo fanno i soldati turchi, ma forse questa è un'altra storia, e il macedone Manchewski, per il modo in cui li tratteggia, ci ricorda che i turchi in Macedonia hanno lasciato brutti ricordi. © 2002 reVision, Emanuela Liverani |
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