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Due Partite

1h 35'

Regia: Enzo Monteleone



Dopo aver letto "Due partite", la pièce teatrale pubblicata da Feltrinelli e allestita con successo nei palcoscenici italiani (premio Gassman della stagione 2006-2007), c’imbattiamo nella dichiarazione d’intenti della sua autrice, la poliedrica Cristina Comencini, da tempo affermatasi, oltre che come regista, anche come scrittrice di romanzi: "La mia esperienza – scrive in quel sigillo – mi ha fatto riflettere sulle distanze e le vicinanze tra le parole del cinema, della letteratura, del teatro, sulla possibile contaminazione tra queste diverse forme di drammaturgia". Non v’è dubbio che la figlia del grande Luigi mostri da tempo, e con luminosa pienezza, la propria vocazione di sperimentatrice (una dote probabilmente ereditata), concentrandosi su temi ed ambienti di autobiografica derivazione e con intenti intimistici. E dunque appare naturale il passaggio dai palcoscenici agli schermi di questa sua commedia, cinematograficamente affidata alle cure del regista Enzo Monteleone, a cui si deve pure la sceneggiatura firmata con la stessa Comencini.
Identità mescolate e sovrapposte, piccole schizofrenie private e micro–esplosioni all’interno della quotidianità alienata: così la commedia sconfina nel mélo, agganciandosi al divenire di destini privati inscritti nell’avvelenato contesto di una "Passione di famiglia" (per parafrasare il titolo di un lancinante romanzo "napoletano" della scrittrice–regista). E la passione è questa volta il gioco, paradigmatico vizio che lega gli otto personaggi femminili sviluppati nelle due parti ambientate a distanza di trent’anni (1966 e 1996). Numerosi sono i richiami ai caratteri raccontati negli squarci dolorosi di un altro romanzo, "Il cappotto del turco", dove la Comencini affonda il suo bisturi nel corpo stesso dell’inquieto rapporto tra due sorelle.
In Due Partite, la dinamica esploratrice dell’universo femminile si estende in un aspro confronto generazionale che ribadisce i dati di consapevolezze collettivamente ed individualmente acquisite nel tempo, pur sottolineando la ridicola persistenza di vizi assurdi e nevrosi che sono frutto dell’ambigua fenomenologia familiare. Dalla scena al set, le bravissime interpreti rimangono le stesse, con qualche interessante variazione di ruolo: alla duttile Paola Cortellesi, chiamata per l’occasione, si è deciso di affidare le parti materne; e se a teatro Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo raddoppiano la loro presenza, interpretando le loro alto–borghesi e le rispettive figlie, a cinema il salto di età esclude il doppio ruolo, e così i personaggi più giovani, oltre che dalla stessa Milillo, sono interpretati da Carolina Crescentini, Alba Rohrwacher e Claudia Pandolfi.

Ansie e resistenze presessantottine contrapposte a rigurgiti e tensioni di fine millennio in un’atmosfera che cita il côtè di Piero Chiara con l’esemplare rituale del tavolo da gioco attorno al quale si riuniscono, ogni giovedì pomeriggio nello stesso appartamento, le quattro donne della partita esistenziale, tra chiacchiere e svelamenti traumatici durante incalzanti confronti verbali a cui non assistono le figlie, momentaneamente relegate ai più infantili giochi, nella stanza adiacente. Tra le amiche della partita, Beatrice (la Ferrari) è la gravida in trepidazione, ingenua e sognatrice, fedele al marito ed accanita lettrice, insomma una disancorata che naviga per conto suo specchiandosi nelle proprie romanzesche riflessioni. Claudia (la Massironi) è l’infelice orgogliosa, ostinatamente protesa ad amplificare il proprio ruolo di madre esemplare per esorcizzare il dolore del tradimento del marito sopportato in silenzio. Gabriella (la Buy) è la nostalgica frustrata, che ha messo da parte la propria vocazione di pianista per stare accanto al marito, anche lui musicista, e sotto la cui ala ella cerca una maniera per esorcizzare la propria endemica insicurezza. Sofia (la Cortellesi) è l’algida rancorosa, con i suoi eleganti affondi acidi che svelano le conseguenze del mancato rapporto con il marito che non ama, con la figlia non desiderata e con l’amante da cui è stata piantata ma che non rimpiange. Che questo coacervo d’identità trattenute, ma evidentemente in preda di crisi nervose, possa estendersi alla successiva generazione appare consequenziale. E la seconda parte, ambientata nel ’96, si apre nel film (a differenza che nello spettacolo dove calava il sipario) con il raccordo del funerale di una delle amiche, Beatrice, suicidatasi emulando il gesto della madre (particolare doloroso che s’insinua come un tarlo rivelando, nella prima parte, la doppia sofferenza della gravidanza). Nello stesso appartamento di trent’anni prima troviamo riunite Giulia (la Rohrwacher), figlia di Beatrice, che si porta addosso il lutto a denti stretti, svelando la rabbia e il dolore di chi ha perso fiducia nella vita, accanto a Sara (la Crescentini), figlia di Gabriella, nel frattempo diventata pianista, ribaltando il destino di frustrazioni della madre ma in preda ad un’ipertrofia dell’io che appanna il rapporto con l’amorevole marito. Ci sono poi Cecilia (la Milillo), figlia di Claudia, che ostenta impudicamente il proprio desiderio di maternità e Rossana (la Pandolfi), che appare segnata dall’influenza del carattere negativo della madre Sofia, da cui non riesce a stare lontana, almeno emotivamente.

Il film asseconda con intelligente scrupolo il ritmo della commedia, addossandosi con sensibilità alle protagoniste per catturarne microespressioni e tic rivelatori, cogliendo con gusto il senso del mutamento di atmosfere epocali con il contributo del sound "vintage" assai ben selezionato. I colori del Boom, accesi dall’euforia esorcistica del benessere ritrovato, sono ben rappresentati dalle tonalità impervie di Mina (ascoltiamo in sequenza, "E’ l’uomo per me", "Un anno d’amore" e "Se telefonando") mentre il più asettico ed inespressivo grigiore degli anni Novanta, teatro di cinismi e conflittualità esponenziali, è connotato da una diversa ambientazione stagionale (se il primo atto possiede i colori di un pomeriggio d’inizio estate, la seconda parte è immersa nelle più fredde atmosfere di fine autunno) e dallo screziato commento musicale di Giuliano Taviani che permea con discrezione l’intero film. La fotografia di Daniele Nannuzzi e il montaggio impalpabile di Cecilia Zanuso, servono con grazia l’abile scioltezza del regista Monteleone, bravo a dirigere questo concerto per attrici, intessuto dalla scrittura robusta della Comencini, pronta a raccontarci di vanità e affanni dell’animo femminile con una spietatezza che spesso lascia spazio al disincanto e all’ironia, doti assai poco tipiche del minimalismo all’italiana e che invece la nostra autrice sembra aver assorbito dalla lezione dei classici, da quell’intramontabile gioco analitico dell’arte del romanzo che fu.

© 2009 reVision, Francesco Puma