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Il Dubbio

Doubt - 1h 44'

Regia: John Patrick Shanley



Due chierichetti in canonica: l’uno è bianco, l’altro è nero. Con questa immagine ha inizio Il Dubbio, film derivato dalla piéce teatrale con cui lo scrittore John Patrick Shanley ha vinto il premio Pulitzer nel 2005, scritto e diretto dallo stesso autore. La vicenda ha per teatro la scuola cattolica di St. Nicholas nel Bronx del 1964 (un anno dopo la morte di Giovanni XXIII e di John Fitzgerald Kennedy, mentre la Chiesa perseguiva la storica stagione del dialogo attraverso il Concilio Vaticano II). I due ragazzi badano con cura ai preziosi sermoni di Padre Brendan Flynn (Philip Seymour Hoffman), un carismatico prete "sociale" che concentra la propria azione, non solo dal pulpito, nei riguardi di studenti emarginati, indicando loro la via dell’integrazione. Due di essi sono proprio i chierichetti devoti: il primo è Donald Miller (Joseph Foster) l’unico studente di colore della scuola, che si è conquistato l’iscrizione ai corsi grazie alla madre e contro la volontà del violento padre, aspirando a frequentare la scuola pubblica; gli è amico il secondo, Jimmy Hurley (Lloyd Clay Brown), che per questo sfida le discriminatorie regole del contesto scolastico, imposte dal rigido controllo della madre superiora, la granitica e tradizionalista Aloysius Beauvier (Meryl Streep), in grado d’incutere timori e ansie, soggiogando la personalità più mite di una delle docenti, Sorella James (Amy Adams). I due caratteri in opposizione sembrano corrispondere alla temperatura delle due stagioni che costituiscono l’arco temporale in cui si svolge la vicenda: più autunnale è l’ombrosità di Sorella Aloysius, mentre candidamente invernale risulta la soavità della giovane James. Tali climatiche allusioni, assecondate con grazia dal regista (attraverso dettagli di foglie ingiallite, vento e neve che sembrano incombere, trasparendo alle finestre), fanno da corollario alla storia dello scandalo tra le mura di Dio. Il meccanismo persecutorio è innescato dalle impaurite osservazioni della James su alcuni anomali comportamenti del piccolo Donald, tra l’altro scoperto a bere il vino dell’eucarestia, e sull’intimo particolare della canottiera riposta da Padre Flynn nell’armadietto. Alimentato dalle strategie di controllo imposte dalla superiora (la foto di Pio XII, mai sostituita, appesa alla lavagna e utilizzata come specchio per controllare gli alunni), il bruciante sospetto insinua di molestie perpetrate dal prete nei confronti del giovane di colore. Come nel "Crogiuolo" di Arthur Miller, basta evocare lo spettro della colpa per condannare la vittima designata, marchiandola con la "lettera scarlatta" dell’infamia.

Il dramma, che si consuma nel claustrofobico microcosmo scolastico, è tutto qui: nel rabbioso contrasto tra il rigorismo infelice di Sorella Aloysius, dell’autopunitivo e coercitivo modo in cui ella sembra intendere la propria missione, versus la concezione aperta di Padre Flynn, seguace illuminato della lezione di tolleranza e bontà di Giovanni XXIII. Un contrasto covato dalla superiora con il sordo rancore derivato da una lancinante frustrazione (si veda la scena in cui la donna è a tavola insieme alle altre sorelle, compunta e silenziosa, opposta al comportamento gioviale del prete e dei suoi colleghi, intenti a mangiare e a bere vino con letizia, rompendo il plumbeo silenzio del refettorio). Il film, come la piéce, di Shanley è molto abile a raccontare la progressione e il consumarsi di questa persecuzione: le accensioni rabbiose della priora, le impaurite esitazioni di Sorella James, la contrita solidità del sospettato. Nella parte centrale, quando il plot prende corpo e i tre personaggi si ritrovano a fronteggiarsi nell’ufficio della presidenza, il copione, orchestrato alla perfezione, offre una preziosa occasione ai magnifici attori chiamati all’impresa: giganteggia la Streep, superba virago che sa ben dosare le proprie malvagie accensioni dettate da una vera e propria afasia dei sentimenti (osservatela quando fa emergere il rossore livoroso o quando s’illividisce nelle sue contrizioni biliose, una performance da super–Oscar!); a lei tiene testa un magnifico Philip Seymour Hoffman, carismatico bersaglio dell’infamia (abilissimo nell’understatement recitativo sia nelle sequenze dei vibranti sermoni, sia in quelle che lo vedono ambiguamente ripiegato nella difesa dall’ombra maliziosa del dubbio). A dare man forte allo straordinario duetto di caratteri, oltre ad Amy Adams comprimaria di lusso (nota al grande pubblico cinematografico come efficace emula della grande Julie Andrews per il suo ruolo d’ingenua principessa in Come d’Incanto, candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista per Junebug, uno dei migliori film indipendenti degli ultimi anni, e forte di una solida esperienza teatrale), notiamo Viola Davis che lascia il segno con la breve parte della signora Miller.

A conferire uno spessore convincente a un film che altrimenti risentirebbe della propria derivazione teatrale (in Italia, la piéce è stata messa in scena con l’adattamento di Margaret Mazzantini che si è avvalsa della regia del marito Sergio Castellitto e delle interpretazioni di Lucilla Morlacchi e Stefano Accorsi), è la brillantezza intelligente di Shanley sceneggiatore, acuto analista di ambienti e personaggi per Dentro la Grande Mela di Tony Bill (dove evocava le atmosfere del Bronx, il proprio quartiere d’origine) e per Stregata dalla Luna, grande successo firmato da Norman Jewison e che aveva come teatro la Little Italy delle saghe incandescenti. Come regista ne avevamo già apprezzato l’originalità per Joe Contro il Vulcano che, pure esibendo la coppia vincente Tom Hanks – Meg Ryan, fece fiasco al botteghino.
E così Il Dubbio mette in risalto le molteplici tematiche di cui è intessuto senza alcun compiacimento retorico e procedendo per allusioni. In questo acceso duello d’identità morbose, oggetto del contendere è la questione relativa al conflitto tra moralità comune e coscienza individuale, attraverso l’agitarsi della presunta e suprema colpa della pedofilia, insieme al delicato tema dell’integrazione razziale dove si mostrano le maglie ancora rigidamente spesse di una società liberale che ha zone franche come questa di un quartiere dove convivono cattolici irlandesi e italiani ma dove sembra non esserci un posto per i neri (le lacrime della madre della giovane vittima, manifestate alla priora, offrono a Padre Flynn l’occasione per dimostrare il proprio affetto solidale al ragazzo). Un microcosmo soffocante e circoscritto agli interni, fotografati con perizia rilevatrice da Roger Deakins, funzionale ad una dramma sulle asperità e contraddizioni di una teoretica ecclesiastica che esita a liberarsi dei suoi più vetusti dogmi, ben sostenuta dai significativi contrappunti della bella partitura originale di Howard Shore.
Un film tutt’altro che digestivo, dunque, e ben capace di suscitare quel dibattito utile a risvegliare, nelle coscienze di tutti, i fantasmi sempre presenti di certe fondamentali querelle irrisolte e (forse) irrisolvibili.

© 2009 reVision, Francesco Puma