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Dr. Plonk

1h 25'

Regia: Rolf De Heer



C’è chi sostiene, con qualche ragione, che l’evoluzione della settima arte, del suo linguaggio specifico, si sia fermata alle soglie del sonoro. E allora perché non riscoprire come nuovo, o addirittura avveniristico, il cinema delle origini, fatto di pure immagini, magari emancipandolo dall’ingabbiamento dell’archiviazione museale? E’ vero che il passato non ritorna, ma respirare l’esaltazione primordiale della magnifica era del muto può ancora, in tempi d’effluvio immaginifico e d’inquinamento di sensi e sentimenti, concedere un consolante refrigerio. Qualcuno ha provato a tentarlo creativamente questo "falso movimento", sfidando la tecnologia profusa che spesso e volentieri si abbandona alla logica del facile effetto, attraverso l’espediente di una drastica quanto ben meditata inversione di marcia. Parliamo di Rolf De Heer e della sua ultima fatica, Dr. Plonk, a confronto col "tempo perduto" dei pionieri con la cinepresa a manovella, del bianco e nero espressivo ed abbacinante, dei corpi che dicevano assai più delle parole, della musica protagonista e delle didascalie incorniciate. Scarti di pellicola, materiali scongelati dai sepolcri delle teche, immagini dimenticate o mai utilizzate, frammenti del mito riconsegnati alla magia di un ritmo che si fa cinema: utilizzando tutto questo, l’eclettico regista australiano s’impegna in un raffinato ed intricante esercizio di stile.
Recuperato dall’abisso di un tempo sospeso, da un passato futuribile che ha la grana dei film primordiali, ecco palesarsi il dottor Plonk, inventore scienziato del 1907 australiano, immerso nei suoi esperimenti con a fianco il vaneggiante e sordomuto assistente Paulus, distratto dal vivace cagnolino Tiberius con il quale s’accompagna la prosperosa moglie. Pelato con baffi e pizzetto d’antan (alla Georges Méliès), il nostro vorrebbe sfidare in velocità addirittura un treno a bordo della sua veloce Plonkmobile ma rimane alla stazione senza carburante e si angustia con estenuanti calcoli a teorizzare una fine di mondo entro 101 anni, tesi sostenuta davanti al Primo Ministro Stalk con "prove tangibili" che suscitano l’ilarità del potente e dei suoi consiglieri. Ma Plonk non demorde e si affretta a costruire una macchina del tempo che lo trasferisce fino al 2007 sull’orlo del baratro, coi suoi abitanti orwellianamente inebetiti davanti ai televisori annuncianti con una sola scritta l’apocalisse imminente. Dal suo futuro che è il nostro presente, Plonk riporterà come feticcio una busta di plastica che egli scambia per un cappellino da regalare alla consorte (simbolo ironico della necessità del riciclaggio come antidoto all’inquinamento incipiente), assieme alla sgradevole sensazione di una fatiscenza indotta dall’incuria e dall’inselvatichimento del Progresso mancato: abitazioni in rovina, containers abbandonati nel deserto, minacciosi tralicci inquinanti, atmosfera e temperatura alterata dell’ecosistema prossimo allo sfascio. La teorica fine annunciata sembra doversi reificare mentre con affanno il buffo scienziato s’impegna a dimostrarla, finendo addirittura incarcerato come terrorista (gli mancano forse i dati oggettivi delle brillanti analisi del premio Nobel Al Gore!).

Ma l’assunto ammonitorio dell’apologo si stempera nel gioco, godibilissimo per ogni cinefilo, dello slapstick recuperato ad arte, omaggio alla somma scuola di Mack Sennett e Hal Roach. Divertono le gags che mostrano il ripetuto, vano corteggiamento dell’assistente Paulus alle prese con una preda femminile dall’altro lato della sua panchina nel parco fino all’arrivo del fidanzato di lei che lo malmena, o le trovate dello stesso sfaticato Paulus che escogita di farsi trainare dal vispo Tiberius emulando un passante nano ugualmente a rimorchio; o l’esilarante esito del viaggio temporale del cagnolino, irresistibilmente attratto da forme sferiche, che si tira dietro come trofeo una cassa di palloni e palloncini. Nel frenetico girotondo del salto nelle epoche, mercé una spinta all’indietro del goffo sordomuto, all’impareggiabile Plonk capita di sprofondare nella preistorica era dei cannibali di diecimila anni prima (che ricordano gli aborigeni del precedente film di De Heer, 10 Canoe) dai quali si salva per miracolo, mentre non si salva psichicamente da tali scarti epocali il Primo Ministro che finisce con la camicia di forza in un ospedale psichiatrico. Distratto dalla propria missione al punto da travolgere, con la sua Plonkmobile, un vigile che vuole multarlo davanti al ministero, il nostro eroe non s’accorge (visto che è alle prese, nel nostro tempo, prima con dei poliziotti che lo tallonano e poi con dei soldati che riescono infine a catturarlo) che la moglie sembra cedere alle lusinghe dell’incontenibile Paulus nell’anno di grazia 1907.
Il regista, con stupefacente maestria, non si lascia dunque sfuggire le numerose occasioni comiche recuperando un efficace gusto circense a richiamare i favolosi primi vent’anni dell’arte "senza futuro". Ma pure non rinuncia all’afflato poetico quando evoca il respiro fantasmagorico dei film–giocattolo alla Méliès fino allo stupore speculare dello spettacolo in pellicola che, con i Lumière, seppe presentare il nostro mondo come altro e l’altro mondo simile al nostro, chiamando lo spettatore ad un concreto confronto che non si è ancora esaurito.
In questo film alieno in modo provocatorio e struggente non manca l’ironico affondo polemico nei confronti delle attuali macchine della visione: ingombranti per l’occhio e per il cervello, ingombranti come il televisore al plasma che il dottor Plonk in fuga dal (nostro) futuro tenta inutilmente di portarsi dietro nella cassa di legno dei suoi viaggi nel tempo, a dimostrazione della annunciata catastrofe prossimamente sui nostri piccoli schermi teleguidati.

© 2008 reVision, Francesco Puma