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The Dreamers

1h 45'

Regia: Bernardo Bertolucci



Sempre sognatori. Se esistesse ancora la moda del doppio spettacolo (finì negli anni '60...), The Dreamers andrebbe abbinato a Buongiorno, Notte. Il miraggio prima dell'incubo.
Solo adesso ce ne rendiamo conto: il cinema di Bertolucci è colmo di "dreamers": l'Alfredo di Novecento, l'ultimo imperatore, il piccolo Buddha, fino allo svampito pianista di quel capolavoro in sordina che è L'Assedio. Eterni bambini serrati nella loro camera, mentre la Storia esplode fuori dalla città proibita e li fa cadere giù dal letto, come tanti Little Nemo.
E se la Rivoluzione nasce dalle piazze per penetrare nelle case, anche il cinema degli altri dovrà entrare fisicamente in questo film. Al pari di un atto d'amore. Dopo The Dreamers il concetto di citazione cinematografica non sarà più lo stesso. Mai più il solito omaggio erudito, allusione criptica per iniziati. Qui si tratta di una gara, contro il tempo, contro il passato. E contro il cinema dei padri. Non è un caso se Bertolucci sceglie una sequenza di corsa, un frammento di cinema "sportivo". In Band À Part di Godard (1964) i tre protagonisti trascorrono i pochi minuti che li separano da una rapina, compiendo una visita al Louvre a rotta di collo. Bertolucci e i suoi eroi vogliono rifare la stessa scena, ma ancora più veloce. L'arte come performance, come azione concreta da consumare sull'ambiente: era un'idea degli anni 60. Che questa sfida trasfigura quasi in una diretta televisiva, per seguire simultaneamente le squadre avversarie che si contendono la vittoria. Il museo, luogo per antonomasia del tempo immobile, diviene il teatro di un commovente montaggio parallelo tra due epoche. Due età che appaiono fuse già nella scena d'apertura, alternando il Jean-Pierre Leaud di oggi a quello di ieri, mentre "entrambi" leggono lo stesso proclama: prodigio già attuato da Barbara Kopple, che in My Generation faceva "duettare" il Joe Cocker del Woodstock '69 con quello del '94. Il cinema che rincorre e contro-canta se stesso.

Anche l'amore partecipa a questo circuito giocoso, fatto di limiti da sperimentare. Bertolucci è uno dei pochi autori erotici del cinema mondiale. I suoi nudi sono ancora capaci di turbare un pubblico cresciuto a Calendari Pirelli e copertine di "Panorama", perché nelle sue trame il sesso si consuma senza contropartite e morali di ritorno, senza castighi finali e ravvedimenti in extremis, ma in tutta la sua provvisoria quotidiana urgenza: Isabelle e Matthew si accoppiano sul pavimento della cucina, mentre Theo ha l'improvvisa smania di cuocere una gigantesca frittata. Ogni immagine di The Dreamers è scambio di liquidi e tessuti: spazzolini immersi nell'urina, manifesti macchiati di sperma, mestruazioni che si mescolano ad acqua e schiuma dentro una vasca, peli da estirpare, voglie sulla pelle... Un cinema di corpi in reciproca scoperta, con al centro quello inarrivabile di Eva Green, che per non tradire questa sua immagine speriamo lasci il cinema per sempre.

Così, in un'incredibile stratificazione di segni, i tre studenti di The Dreamers sono i tre rapinatori di Band À Part, e i tre compagni di Jules et Jim, e i mostri di Freaks (Theo e Isabelle sono gemelli siamesi), e I Parenti Terribili di Cocteau... E sono anche il triangolo disperato de L'Insostenibile Leggerezza Dell'Essere (romanzo e film), sorpresi nello stesso anno e negli stessi modi da una Rivoluzione che avanza nella notte dietro l'angolo. Non sono ancora "cittadini televisivi" come saranno i brigatisti di Bellocchio: a governare i loro pensieri è ancora il cinema. Ma anche qui abbiamo un appartamento isolato dal mondo e saturo delle visioni del passato. Immaturi a cui "piace guardare", restando sulla soglia della vita, simili al Peter Sellers di Oltre Il Giardino, o Il Pianista ambiguo di Polanski. Nella spaurita attesa che "la strada entri nella stanza". In questo limbo alto-borghese, Matthew sembra una creatura del futuro, un giovane degli anni '90 che proferisce opinioni "fuori tempo": ama Keaton al di sopra di Chaplin, odia la guerra in Vietnam ma si cruccia per i soldati che la combattono, adora i libri ma non i luoghi (la Cina) dove si legge un libro solo, cerca una misura comune in tutte le cose... Una "terza via" di equilibrio quasi buddista, che immersa tra gli opposti estremismi di quel decennio suonerà ridicola e impotente. Per questo il sasso che nell'ultima scena infrange la finestra è uno sverginamento. É la realtà che penetra l'utero degli ideali evanescenti, della vita come studio infinito, dei circoscritti giochi di cortile. I ragazzi escono di casa e si fondono tra la folla, come se si trattasse di un nuovo, ennesimo film (e in qualche modo lo era). Ma ora il fuoco è reale. Non la languida metaforica fiammata che sfiora le vesti di Isabelle, nell'istante del primo bacio a Matthew. E inesorabilmente, con la feroce carica della polizia, inspiegabili alieni da un altro mondo, l'immagine si fa buia. I titoli di coda scendono dall'alto in basso: una serranda che si chiude, una porta blindata sulla quale stanno già bussando gli anni '70. Buongiorno, notte.

© 2003 reVision, Dante Albanesi