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Dragonfly
Il Segno Della Libellula
Dragonfly - 1h 43'
Regia: Tom Shadyac
Esiste un linguaggio segreto, che usa la natura per nascondere quello che non è possibile
dire chiaramente, per alludere ad un disegno nascosto, che affiora nei sogni o negli stati di alterazione della coscienza, quando
l’uomo smette di patire sotto l’agire incondizionato delle categorie della ragione e il mondo assume un carattere ribelle, lontano
da ogni sentire condizionato.
In quei momenti, l’uomo smette di avvertire la natura come un segno da decifrare e tutto diventa materia vivente, che pensa e agisce
assecondando un’intenzionalità che non sappiamo se considerare simile alla nostra o espressione di un codice che ribadisce
continuamente la propria estraneità ad ogni umano sentire.
A questa dimensione di incertezza, a questo dubbio radicale aderisce perfettamente Dragonfly – Il Segno Della Libellula,
che apre continuamente nuove possibilità, capaci di proiettare Joe (Kevin Costner) in una dimensione di senso che rifiuta la
dimensione del tragico, intesa come chiusura dell’uomo entro i limiti segnati da valori eterni, immutabili che dettano inevitabilmente
le condizioni di ogni futuro agire.
Questa dimensione, invece, in Dragonfly, è completamente assente.
Qui tutto è sospensione del senso, attivazione di un altro sentire, al punto che perfino la morte della moglie Emily cessa di avere
per Joe il sapore di una perdita irrimediabile.
Nulla si perde veramente in Dragonfly, perché quello che vediamo non è cancellato, ma solo sospinto verso regioni dell’essere
che hanno il potere di accogliere, di trattenere, infine di trasformare, in attesa che la comunicazione si ristabilisca, che ciò che
è stato torni di nuovo ad essere, proiettando la propria ombra sui nostri pensieri, sulle contingenze che a volte scambiamo per la
vera vita.
Non si tratta allora di comprendere che c’è vita dopo la morte, quanto di arrivare ad una diversa e più profonda comprensione di ciò
che unisce i cuori di chi ha amato, di chi ha smesso, anche solo per un attimo, di credere che la vita sia volontà di resistere contro
un destino che è pura negatività, intenzionata a sopprimere l’immaginazione, la capacità di aderire pienamente alla nostra natura,
ricreandola fino a trasformarla in qualcosa di nuovo, che appare sottraendosi.
A questo punto è chiaro il senso della metafora resa evidente, quasi tangibile dalla libellula che Emily aveva praticamente tatuata
sulla pelle, simbolo di trasformazione, di capacità di ascolto che si traduce in un sentire amplificato, reso disponibile ad ogni
avventura, ad ogni rivoluzione dell’essere, in attesa che messaggi portati da forze sconosciute ci indichino la strada da percorrere
che sarà solo nostra, perché intenzionata a condurci là dove continua a vivere chi abbiamo amato, chi ha condiviso con noi il pensiero
che la natura non è mai il risultato di un’intenzione finalistica, chiusa nel raggiungimento di un traguardo da sempre stabilito.
© 2002 reVision, Marco Marinelli
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