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Don't Say A Word

1h 53'

Regia: Gary Fleder



E' una scoperta questo thriller decisamente oscuro, claustrofobico di Gary Fleder, dal momento che capita di rado di trovare al cinema un meccanismo così consapevolmente intenzionato a trovare una possibile via di fuga nei confronti di un reale coercitivo, di una ragione necessitante che non conosce ancora i paradossi della logica umana, l'inestricabile annodarsi di volontà di annullamento e desiderio di salvezza. Qui tutto è dimostrazione di un teorema che vuole la malvagità chiusa nella riproposizione dei meccanismi neuronali che si conservano identici a se stessi a distanza di anni, nulla all'apparenza lasciando alla creatività di chi - lo psichiatra Nathan Conrad (Michael Douglas) - si rifiuta di abbandonare una paziente quasi catatonica, Elisabeth (Brittany Murphy) ad un destino che è annullamento delle possibilità umane, svalutazione delle risorse della mente, resa simile ad una cassaforte da scassinare, intenzionata a non svelare il segreto con il quale ha finito per identificare la propria ragion d'essere.
Tuttavia quel che più conta è il tentativo di arrivare ad una nuova concezione del tempo, che non può essere ancora fusione di temporalità diverse, ritorno dell'identico sotto l'apparenza del contrario. Quando Elisabeth viene condotta da Nathan nelle metropolitana dove tanti anni prima aveva assistito all'uccisione del padre ad opera dei gangster insieme con i quali aveva partecipato ad una sanguinosa rapina, gangster che in seguito aveva tradito, il tentativo non è solo quello di far sì che quello che è stato diventi di nuovo l'oggetto di una volontà finalmente libera e consapevole. Più sottilmente, il tentativo allude alla capacità umana di abitare un tempo aurorale, all'interno del quale è possibile assistere ad una trasformazione delle dinamiche psicologiche che ci caratterizzano e ad una trasmutazione dei valori che ci guidano.

Il finale decisamente gotico, che vede una tomba prima scoperchiata e poi di nuovo inghiottente chi si rifiuta di vedere l'accadere assoluto che ci porta a percorrere sentieri imprevedibili, è infatti estensione, quasi dimostrazione al contrario di questo sorprendente concetto di tempo. A questo punto anche l'ermetico messaggio che Elisabeth custodisce nella sua mente assume una valenza differente, non più strumento di un pensiero che non si conosce ancora come pensiero dialogante, aperto allo scambio simbolico, ma punto nodale di una diversità profonda, che segna il confine tra chi crede di avere una missione da compiere, buona o cattiva in questo momento non importa (il gangster che vuole recuperare grazie ad Elisabeth la pietra preziosa rubata dieci anni prima) e chi (Elisabeth) vuole lasciare il passato alle proprie spalle, anche a costo di uccidere quel segreto che si era trasformato a poco a poco nell'ultimo frammento di un identità ormai inservibile, incapace di venire a patti con la realtà.
E' evidente allora che Don't Say A Word non può essere consegnato alla struttura omologante dei codici tipici del thriller, dal momento che Gary Fleder non ha nessuna intenzione di accettare la memoria, individuale e collettiva, come base di un ritorno dell'identico, di una coazione a ripetere che non ha più motivo di esistere nel momento in cui la mente si è scoperta altro da quello che si pensava, non più contenitore, somma di nozioni e di esperienze, ma parola che libera, accadimento che riceve il senso che gli è proprio dal dialogo in cui i soggetti coinvolti si scoprono improvvisamente altro da ciò che può pretendere qualunque codice omologante, qualunque comportamento appreso e riproposto come inevitabilmente identico a stesso.

© 2002 reVision, Marco Marinelli



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