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The Million Dollar Hotel

2h 02'

Regia: Wim Wenders



Quelle di Bono e Wim Wenders sono due vite (per ammissione degli interessati) "salvate dal rock'n'roll". Il rock'n'roll è un prodotto della cultura americana (come il cinema, secondo alcuni). Bono e Wenders hanno un'idea dell'America (e del rock'n'roll) che si ritrova nell'opera dell'uno e dell'altro come una presenza costante: in The Million Dollar Hotel, film prodotto e sceneggiato da Bono, diretto da Wenders, sono con ogni evidenza le visioni del cantante a dominare su quelle del regista. Vediamo perché. Sugli U2 e la cultura yankee dicono tutto due dischi fin troppo enfatici come "The Joshua tree" e "Rattle and hum"; invece il rapporto tra Wenders e il cinema americano comincia con una passione autentica per i film western, John Ford/Anthony Mann e i grandi spazi della Frontiera: Paris, Texas del 1984 si fondava sull'opinione che "i film sull'America dovrebbero essere fatti solo di totali". Così almeno sono i film che dice di avere in mente: Lo Sciacallo di Melville, L'Uomo Da Marciapiede di Schlesinger, L'Uomo Dalla Cravatta Di Cuoio di Don Siegel, e naturalmente Easy Rider. Non sono questi, però, i modelli di The Million Dollar Hotel, che intanto è il film di un solo luogo (fatto strano per il cineasta della "trilogia della strada", che è anche il titolare della casa di produzione Road Movies): un luogo che trasuda storie (americane) di perdenti, emarginati, disperati.

Siamo a Los Angeles, dall'altra parte del continente, ma queste microstorie sono scritte con la tecnica del newyorchese Lou Reed: "Hollywood parade" e "Walk on the wild side" sono delle "sfilate" di personaggi dai nomignoli rivelatori e dall'identità enigmatica, fermati nella memoria un attimo prima che scompaiano. Bono attinge chiaramente al canzoniere di Reed, che cita poi direttamente stravolgendo ancora una volta la splendida "Satellite of love". La vicenda dell'albergo di fantasmi ha un respiro troppo corto, né vale a qualcosa l'intervento del detective Skinner (alias Mel Gibson): l'intreccio invoca un talento differente, alla Terry Gilliam, mentre Wenders ha in mente fin dalle prime inquadrature (il dolly a scendere sulle finestre dell'albergo, ogni finestra un storia possibile) la pittura di Edward Hopper (già elemento di costruzione dello sguardo ne L'Amico Americano). La parata di spettri rimette in gioco l'immaginario rock di Bono: il Lennon che gli U2 "riscrivevano" in "God part II" si materializza in un'improbabile "quinto Beatle" (ma era più efficace il clone di Ringo Starr in Subway di Luc Besson); Tom-Tom è il "pazzo sulla collina" di un'altra perla beatlesiana, peccato l'attore Jeremy Davies ne faccia una caricatura che si sbraccia; le donne del film sono poco meno di ombre, e il personaggio di Eloise soffre l'interpretazione di Milla Jovovich, che ha il pregio di una presenza magnetica (cui non aggiunge altro, però).

Oltre all'eccesso di lirismo, altre fragilità si potrebbero imputare a Bono il cui strapotere induce Wenders a cominciare il film con un videoclip per la canzone "The first time", a regalargli un disinibito cameo, a caratterizzare il personaggio del mercante d'arte con i tipici occhialini del cantante. Eppure il cinema in The Million Dollar Hotel (quando c'è) è di quello buono: la struttura circolare del racconto (che è anche l'indagine su una morte misteriosa) suggerisce a Wenders una sequenza d'apertura "incompleta" che viene integrata nel finale dalle inquadrature raccordate, come avveniva in Fight Club. Il personaggio di Skinner, in particolare, contiene degli spunti cinematografici colpevolmente non sviluppati, ed è un peccato che l'incontro fra Wenders e Mel Gibson non abbia avuto uno spazio ed un momento migliori.
Il regista degli angeli, dopo tre film americani in ordine qualitativo decrescente, è a un punto di stasi creativa evidente, e non lo rivitalizzano queste collaborazioni che gli consentono di nascondersi, di confondersi tra i cubani di Cooder e tra gli americani di Bono.

© 2000 reVision, Luca Bandirali





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