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Dobermann1h 40' Dobermann è violenza allo stato puro. Dobermann è sangue, droga e sesso, mescolati
in un cocktail adrenalinico la cui essenza è la totale mancanza di valori. Dobermann è un ladro ed un assassino, non un
ladro gentiluomo alla Arsenio Lupin, ma una figura anarchica che ruba ed uccide per il piacere di farlo. Dobermann è
un'incredibile opera prima figlia degli anni Novanta, dei fumetti e dei videogames, eccessiva, fastidiosa e moralmente riprovevole,
che rivela un giovane regista dal ritmo frenetico e dalle mille inquadrature, Jan Kounen, che gira il suo lungometraggio d'esordio
allo stesso modo in cui si era precedentemente avvicinato a spot pubblicitari e videoclip. Ma Dobermann è, innanzi tutto,
un film per adolescenti irrequieti, un film da vietare ai minori, ma vietato ai maggiori, un rave in formato pellicola, dove le
immagini si lasciano accompagnare da pasticche, cocaina e musica assordante.
Sceneggiato da Joel Houssin dalla serie di suoi romanzi "Le Dobermann", pubblicata in Francia negli anni Ottanta, il Dobermann è Yann Lepentrec (Vincent Cassel, affermatosi con L'Odio di Mathieu Kassovitz), il più pericoloso criminale di Francia, imprevedibile, spietato ed inafferrabile. Rapina banche, uffici postali, furgoni blindati, lasciando dietro di sè, inesorabilmente, un bagno di sangue. Accanto a lui la sua musa ispiratrice, Nat (Monica Bellucci), una ragazza sordomuta tanto bella quanto crudele, e tutta una banda di personaggi svitati e senza scrupoli, dall'isterico Zanzara, perennemente tormentato dall'ex moglie, a Pitbull, il gigante innamorato del suo cagnolino, dal Padre, con le granate nascoste sotto la tonaca, sempre pronto a sparare con una mano ed a benedire con l'altra, a Sonia, studente di legge ed irreprensibile padre di famiglia per i suoi genitori, variopinto travestito per gli amici e l'affezionata clientela. Dall'altra parte i loro nemici, i poliziotti, non meno violenti, non meno assetati di sangue: i loro metodi sono sbrigativi, essenziali, feroci, li comanda il capo ispettore Sauveur Christini ( un demoniaco Tcheky Karyo, l'affascinante interprete di Innamorati Cronici), un esaltato, un vero e proprio caso di follia criminale al servizio della giustizia. E fra uccisioni a sangue freddo, esplosioni, viaggi allucinogeni ed atroci torture ci si avvia verso l'inevitabile finale pirotecnico, una resa dei conti senza esclusione di colpi dalla quale, in un lieto fine fra virgolette, non potranno che risultare vincitori i cattivi, una volta tanto a causa della totale assenza della controparte. E si, perchè parlare di buoni e di cattivi in Dobermann sarebbe del tutto fuori luogo:
il bene è ormai stato cancellato dalla faccia della terra ed il male, il male assoluto, è imperante. Certo, la quintessenza del
male è Christini, vero simbolo di ogni nefandezza e perversione, mentre nella banda di Yann un pizzico di umanità sembra ancora
esserci, ma, in effetti, non si tratta di niente altro che del legame indissolubile fra i componenti della "famiglia", del tutto
irrilevante nei confronti del mondo esterno. Visivamente intrigante, in un eccesso di esagerazioni - a partire dalle sconcertanti
animazioni dei titoli di testa - che, nonostante tutto, risultano coinvolgenti, con le sue inquadrature oblique, quasi gotiche,
ed i colori spenti e cupi del passato che si trasformano in quelli accesi e carichi del presente, i continui primissimi piani,
le sequenze "multiscreen", il frenetico susseguirsi di differenti inquadrature, l'abbondanza di effetti speciali, Dobermann
è, infatti, quanto di più malsano ci si possa aspettare di vedere oggi proiettato su di uno schermo, un concentrato di odio,
follia e violenza da assorbire totalmente, senza che neanche un minimo di ironia venga a soccorrere lo spettatore indifeso.
Un film da sconsigliare per pura decenza e, quindi, un successo assicurato, con tanto di remake hollywoodiano garantito e,
perchè no, un Dobermann 2 in agguato.
© 1997 reVision, Carlo Cimmino |
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