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La Giusta Distanza

1h 50'

Regia: Carlo Mazzacurati



C’è un paesino dell’Italia del profondo Nord–Est che si chiama Concadalbero. Naturalmente è un nome immaginario virtualmente situato dalle parti di Rovigo come si desume da certe targhe d’auto. Il paesino è composto da poche isolate case, ai confini del delta del Po. Insomma, siamo in Padania e questo è l’emblematico scenario della provincia italiana, periferia misteriosa, desolante, brumosa che mette i brividi a vederla perché sembra nutrirsi del proprio stesso vuoto d’identità. E’ qui che Carlo Mazzacurati ambienta il suo nuovo film, La Giusta Distanza, appena arrivato nelle sale in concomitanza con la presentazione nella seconda edizione della Festa del Cinema di Roma. Per il regista padovano è un ritorno all’esordio di Notte Italiana, che segnò pure la prima produzione della Sacher Film di Moretti e Barbagallo. Un ritorno ad atmosfere da giallo esistenziale che hanno bisogno di un teatro ideale. Una manna per Luca Bigazzi, mago delle atmosfere, che rende concretamente astratto il paesaggio impastandone il tono addosso ai personaggi dell’intrigo. Come in un film di Olmi, sull’orizzonte che ambiguamente separa il fiume dalla terra, ecco stagliarsi figure flagrantemente reali come un’anziana donna che naviga attonita nel fiume, in una suggestiva sequenza notturna. E’ l’evocazione di un mondo contadino occultato e adatto, coi suoi pittorici riflessi, a dare respiro all’irreale dimensione di questa storia autunnale. Una storia "semplice" dove alla ribalta c’è la stessa provincia italiana dell’invernale La Ragazza del Lago di Molaioli, quella provincia oggetto della cronaca nera emblematicamente pompata dai media. E forse anche per questi eccessi, che Mazzacurati pone in primo piano la necessità di una "giusta distanza". Già, ma qual’è la posizione emotiva e razionale più corretta da mantenere quando si affrontano certi eventi? Né vicino, né lontano è la regola del buon giornalista secondo il capo redattore del quotidiano di Concadalbero Bencivegna (un’ottima performance di Fabrizio Bentivoglio) da comunicare al neofita Giovanni (l’esordiente Giovanni Capovilla), un diciottenne aspirante cronista. E il ragazzo macina la sua gavetta pubblicando, da anonimo, pezzi sulle gesta di un serial killer di cani, ennesimo mistero difficile da risolvere. Il resto del tempo lo passa a riparare una vecchia motocicletta nell’officina di Hassan (Ahmed Hafiene), un malinconico meccanico di origine tunisina che lavorando onestamente si è guadagnato il rispetto della comunità. E un giorno, nel luogo, arriva Mara (una giovane attrice da tenere d’occhio, Valentina Lodovini, già vista in A Casa Nostra e L’Amico di Famiglia), maestra di scuola elementare chiamata lì per una supplenza e in attesa di un viaggio in Brasile per conto di una cooperativa. Tra Hassan e Mara si consuma una relazione amorosa, dopo un’iniziale diffidenza superata grazie alla ragazza che arriva ad ospitare il meccanico, una sera, nella sua abitazione. Mara è però inquieta e sfuggente al punto da insospettire, oltre Hassan, anche Giovanni che usa Internet per spiare la sua corrispondenza con un’amica. Il mistero naturalmente s’infittisce e l’intrigo monta sino alle sue tragiche conseguenze.

Inutile aggiungere altro della trama che Mazzacurati ha ben composto nella sceneggiatura scritta insieme a Doriana Leondeff, Marco Pettenello e Claudio Piersanti. Tra le pieghe di questa amara, sospesa vicenda affiora il personaggio di Amos, ben interpretato da Giuseppe Battiston, un tabaccaio che ha sposato una donna romena intercettandola su Internet e che fa affari noleggiando il suo motoscafo ai turisti: è il ritratto di una medietà esistenziale, volgare ed aggressiva, tratteggiato con ironico spirito alla Germi. Mazzacurati si conferma così narratore incisivo e raffinato, capace di sfiorare con misura le stesse tematiche, legate all’integrazione e all’alienazione, affrontate in Vesna Va Veloce, acuto bassorilievo sugli smarrimenti dell’operaio Antonio Albanese e di una prostituta della Repubblica Ceca, sullo sfondo di una Trieste crepuscolare. E come dimenticare il suo on the road sulla rotta dell’Europa dell’Est, l’enigma cupo e satirico de Il Toro? Il suo è un cinema rarefatto ed allusivo, tagliente e sincero, capace di enucleare le zone d’ombra d’identità e comunità emblematiche. Mazzacurati gioca ad alludere con un’intensità che è dote rara nel panorama attuale del cinema italiano. Sprofondati nell’inquietudine angosciosa di un microcosmo isolato che svela la condizione culturale di una certa Italia d’oggi, i personaggi di La Giusta Distanza incarnano le dualità schizofreniche, tra rabbia e innocenza, di una mediocrità divenuta socialmente pericolosa. Questo motivo è inscritto in un quadro d’ambiente che non impedisce la lettura di archetipi tipici di una certa letteratura (alla Soldati, per intenderci) votata ai chiaroscuri e al mystery psicologico. Acquista simbolico spessore la fredda volontà, nel ricercare una difficile verità equidistante da parte di Giovanni che ama nascondersi nella solitudine di articoli scritti maniacalmente in forma anonima, di fronte al computer e alla natura implacabile che lo circonda. E’ un territorio dove la modernità sembra coniugarsi con le forme di una violenza arcaica, quello che Mazzacurati propone, il puzzle di un dipinto rivelatore degli orribili vizi dell’umano alienato.
Notevole è il supporto della colonna sonora dei Tin Hat, gruppo originario di San Francisco con il loro originale e suggestivo sound acustico che aderisce perfettamente alle ambigue atmosfere del film (indicando un post–moderno parallelo tra le culture dell’Est europeo e quella della mitica dimensione americana). E tutto si conforma all’esigenza di narrare metaforicamente il non–luogo nel quale ci ritroviamo perduti a cercare la giusta distanza per esprimere il disagio di questa nostra frastagliata contemporaneità.

© 2007 reVision, Francesco Puma