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DieciTen - 1h 31'
Regia: Abbas Kiarostami Dieci episodi per sei storie al femminile. L'ultimo film di Kiarostami è dedicato alle donne iraniane, realizzato durante il delicato
passaggio verso la democratizzazione di un Iran dove l'eredità del regime komeinista vive tuttora.Come spesso avviene, il termometro usato per costatare un processo democratico nell'area arabo-islamica - o per contro di una totale assenza di esso, vedi Afghanistan e violazione dei diritti - è costituito dalle donne. Se esse hanno perlomeno un certo grado di libertà civili, allora il cammino si scopre essere quello giusto. Le sei storie rappresentano sei diverse condizioni di vita ambientate all'interno di un'automobile guidata dalla stessa donna, il train d'union di un arcipelago tutto al femminile. Realizzando Dieci con una camera digitale - chi può farne a meno ormai? -, Kiarostami propone un ambiente chiuso e intimo dove aprirsi, ma anche un luogo-simbolo della ricerca d'indipendenza, un "veicolo" vissuto e guidato da sole donne dove si può parlare di sesso, di aborto, di amori finiti. L'unica presenza maschile è un bambino, figlio della guidatrice, ed è una presenza fastidiosa che riproduce i tentativi dell'adulto maschio per conservare il proprio potere, con quel modo arrogante di rimproverare la madre per aver divorziato e rifiutato il suo ruolo di donna dedita alla famiglia. Il contrasto tra dentro e fuori è evidente: dentro le donne parlano di se, riflettono sul loro agire, svelano se stesse - un po' come la ragazza che mostra i suoi capelli cortissimi sotto il velo che le copre il capo -; fuori c'è una Teheran caotica e piena di contraddizioni frutto di un difficile equilibrio tra passato e presente, un esterno dove le donne provano ad esaudire i loro desideri e dove si scontrano quotidianamente proprio con quelle contraddizioni. Un'auto è pur sempre una cosa in movimento da dove si entra e si esce. In questo microcosmo visibilmente simbolico, c'è, anzi ci deve essere spazio per la questione della religione, perché se è pur vero che una religione è il risultato di una cultura (ricordiamo il quesito posto da Makhmalbaf in Viaggio a Kandahar su dove nasce il burqa, se sia esso un derivato dell'ortodossia fanatica islamica imposto dai taleban o se appartenga piuttosto alla chiusa non-nazione montagnosa quasi inaccessibile e alla sua cultura) dovremmo tentare di capire come le donne di questi Paesi possano rivendicare i propri diritti, che poi sono quelli umani. Non sembra che l'occhio di solito attento di Kiarostami colga questa volta appieno la realtà del proprio Paese, il quesito su come le
donne che descrive possano giungere ad una piena autonomia, su quanto l'analisi di una religione-cultura voglia un reale coraggio nella rappresentazione di una situazione
- lo chiedo a quanti hanno definito coraggiosa e provocatoria l'opposizione della donna anziana devota e della ragazza che si presenta alla preghiera senza "veli". Sembra
piuttosto che il "maestro" giochi in furbizia, confidi nella sua fama e nel riconoscimento pressoché unanime della critica pronta per abitudine a plaudirlo, forse convinto
che potesse abbandonare quella forte - e allora si coraggiosa - purezza di sguardo, quell'inconfondibile ricerca della registrazione della "realtà" senza vanificarla con un
suo intervento intrusivo, passando ormai inosservato grazie alla garanzia costituita dal "marchio Kiarostami". Valutazione probabilmente tacciabile per nostalgia, ma così non è.
Dovremmo forse rivalutare il suo cinema, riscriverlo e analizzarlo daccapo, iniziare a porsi con un occhio critico diverso di fronte ad un nuovo Kiarostami che comunque non convince. Quelle immagini sempre uguali e prive di quella capacità di emozionare un tempo risultato dell'indagine discreta del regista, sono frutto probabilmente di un'ubriacatura che confonde il piano della complessa questione che va ad affrontare, con un sistema di segni superficiali al di là dei quali si sfalda una struttura debole, priva di quel lavoro di sottrazione che può esistere solo se in partenza si è costituito un lavoro di accumulazione, un tempo tanto efficace nei film del cineasta iraniano. Orfano del proprio regista, Dieci scivola via perduto tra i ritratti di una femminilità che si vorrebbe registrata nella sua realtà, dove il digitale è usato come strumento di una confusa valutazione della nascita di un nuovo codice stilistico molto spesso pensato quale miglioria della riproduzione del reale, un uso che sviando la materia concorre ad un pasticcio che poteva essere superato solo dall'unico strumento insostituibile, quale che sia il supporto tecnico: la consapevole e partecipata azione del regista. © 2002 reVision, Emanuela Liverani |
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