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Le Rose del Deserto

1h 44'

Regia: Mario Monicelli



Più che un regista, maestro di commedie indimenticabili, Monicelli è ormai un monolite, resistito al tempo per dimostrarci come la forza della passione e dell’ispirazione possano fare miracoli. Ed è davvero un miracolo quest’ultimo film del gran "vegliardo", accanitamente pensato e cercato: Le Rose del Deserto, titolo allusivo se si guarda all’attuale condizione del cinema italiano. Con piglio alla Blasetti (anche se il suo maestro fu Camerini), il Mario nazionale pensa al futuro guardando con intensità al passato ma senza superflue nostalgie. Magari è vero che gli mancano i Gassman e i Sordi dell’era d’oro andata, coloro che contribuirono a rendere memorabile quel capolavoro che rimane La Grande Guerra (tratto da Maupassant e modello di contaminazione tra comicità e tragedia), ma proprio non vuole darlo a vedere. L’ispirazione viene dall’antica esperienza consumata come assistente alla regia al fianco di Augusto Genina per Lo Squadrone Bianco oltre che dalle pagine del "Deserto della Libia" di Mario Tobino (raffinato scrittore di "Per le antiche scale" ancora non sufficientemente rivalutato) e da un brano di "Guerra d’Albania" di Giancarlo Fusco. Protagonisti sono dunque i soliti travolti involontari della Storia, quelli del Terzo Reparto della Trentunesima Sezione Sanità italica per la guerra in Albania, vitalissimi e arruffoni ma meno demenzialmente scatenati dei loro colleghi americani sul fronte di Mash. Lo scenario è quello di una sperduta oasi dell’Africa Settentrionale, Sorman, trincea d’attesa prima dell’agognata conquista di Alessandria d’Egitto. All’inizio, come nel Deserto di Buzzati, il nemico stenta a palesarsi, ma infine la guerra irrompe quando le truppe del generale Graziani subiscono la sconfitta degli inglesi al confine egiziano mentre l’esercito tedesco arriva in soccorso, nella notte del 12 febbraio del 1941, sbarcando a Tripoli a seguito del generale Rommel (nel film ironicamente battezzato, sul finale, con il soprannome "Rimmel") e ai soldati nostrani non resta che spostarsi da Tobruk a Bengasi. Ma la cornice storica non è che un pretesto per alludere alla vocazione eticamente pigra dell’italico popolo ed è buona a recuperare gli inaciditi umori della commedia all’italiana che fu, però con acre e matura consapevolezza.

Monicelli è sapientemente duro ed ironico come seppe esserlo John Ford con i suoi Cavalieri del Nord-Ovest ma è pure ben consapevole di quanto sia impossibile ogni retorica patriottica in tempi come questi di guerre invisibili ed infinite. Nessun indugio alla bonarietà, dunque, e tanto tagliente sarcasmo nel racconto dei giorni perduti di questi suoi personaggi. A noi è risultato irresistibile quello interpretato da un bravo Alessandro Haber, l’inetto Maggiore Stefano Strucchi che si abbandona nelle conversazioni al tormentone "Col bene che ti voglio...", e innamoratissimo di sua moglie Lucia alla quale scrive struggenti lettere. E c’è il Tenente medico Marcello Salvi (Giorgio Pasotti) incantato dai paesaggi che fotografa senza sosta fino a cadere, da ufficiale giovane ed inesperto, nelle affascinanti spire di Aisha (Moran Atias), nipote di un ricco notabile indigeno, fino a farsi attirare per un convegno amoroso sotto una tenda con la classica scusa di una visita "esplorativa". Come un tornado irrompe poi Fra Simone (un Michele Placido qui in una delle sue migliori interpretazioni), che per la sua intensa vitalità sembra un alter ego del regista, un missionario intenzionato ad ottenere l’aiuto dell’esercito per far funzionare una piccola scuola eretta nel deserto, conforto per i giovanissimi del luogo. E attraversa tutto il film, con piglio da sornione che la slunga, il Generale impersonato da un irresistibile Tatti Sanguineti la cui ossessione è la costruzione di un grande cimitero tutto da riempire.
Non è solamente la recente scomparsa del sublime Altman a suggestionarci fino a rilevare affinità di intenti e di stile rispetto a questo terragno, essenziale, implacabile Monicelli: si pensi alla scena in cui vengono celebrati contemporaneamente sia il matrimonio che il funerale di un soldato caduto, e alla qualità fantasiosa dei dialoghi nella sceneggiatura firmata dallo stesso regista in collaborazione con Alessandro Bencivenni e Domenico Saverni (già autori di numerosi script per la saga di Fantozzi e per altri film con Paolo Villaggio) che riecheggia gli umori degli intramontabili copioni di Age e Scarpelli, di Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. Da par suo, il grande vecchio Monicelli continua, con lucidissima coerenza a corteggiare la morte attraverso esorcistici rituali da commedia purissima, concedendosi pure qualche arguto ricorso alla farsa come nell’esemplare scena (in puro stile Amici Miei) dei funerali del povero Maggiore Strucchi, seppellito dai sassi nel deserto, e al quale i commilitoni rivolgono un "Forse era meglio se glielo dicevamo, che era cornuto", beffardo esempio di cattiveria postuma che sa dirci qualcosa a proposito delle grottesche illusioni di cui è intessuta la vita. Perché di questo, il regista de I Soliti Ignoti ci continua a parlare, con un film minimalista ed epico insieme, girato con mezzi limitati ma con brillante accuratezza: della vita, ci parla, e dei suoi fantasmi, dei nemici invisibili che ci tormentano e delle pulsioni travolgenti che spesso ci fanno apparire ridicoli come animali in via d’estinzione.

© 2006 reVision, Francesco Puma