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Il Derviscio

2h 12'

Regia: Alberto Rondalli



E’ sicuramente attratto dal misticismo Rondalli, già regista del televisivo Padre Pio da Pietralcina per RAI UNO, ed ora al suo primo lungometraggio dopo aver realizzato un certo numero di cortometraggi. Misticismo islamico, questa volta, ma soprattutto storia della trasformazione di un uomo dapprima totalmente immerso nella pratica ascetica, poi, attraverso il doloroso contatto con la realtà storica, uomo delle cose terrene.
Tratto dal romanzo “Il Derviscio e la morte” di Mesa Selimovic (edito in Italia da Baldini & Castoldi), testo obbligatorio nelle scuole jugoslave e tra i più rappresentati a teatro, Il Derviscio è opera della cultura che lo ha prodotto e insieme storia universale, rappresentazione della figura tragica dell’uomo messo al confronto con i suoi dubbi e con gli accadimenti della vita. Non a caso Rondalli definisce Nurettin, il protagonista della vicenda, un personaggio tragico in senso classico, vedendo “nel dilemma del Derviscio tra agire e non agire (...) l’eco di tanti altri personaggi shakespeariani”.

Vicenda intima e al contempo espressione di un momento storico ben definito, quello degli inizi del Novecento in una provincia dell’Impero Ottomano in declino, Il Derviscio racconta di Ahmed Nurretin derviscio e sceicco dell’ordine dei Mevlevi – da Mevlana, poeta mistico del XIII sec. – una delle confraternite nate dalla mistica islamica prodottasi con l’incontro tra l’Islam e il Cristianesimo, il Neoplatonismo, il Buddhismo, nota anche per la danza dhikr accompagnata dal sema, concerto spirituale, in cui i dervisci ruotano su se stessi sino a raggiungere l’estasi, mezzo per distaccare l’anima dal corpo e riunirla a Dio.
Il derviscio Nurettin è, quindi, uomo separato dal mondo terreno, lontano dalla Storia degli uomini entro cui è costretto ad entrare a causa dell’arresto di suo fratello. In tal modo inizia la sua metamorfosi. Colui che sino allora delegava al volere di Dio il destino dell’uomo, non può più esimersi dall’agire. Il tempo del distacco lascia il passo al tempo del dubbio, lo scioglimento del dubbio quello dell’azione. Il derviscio smette prima metaforicamente, poi concretamente, l’abito dell’ascetismo per immergersi nel tortuoso groviglio della legge del mondo e delle sue nebulose trame. Messo al corrente dell’uccisione del fratello, Nurettin ne cerca il motivo e le responsabilità, tenta di comprendere le parole degli uomini, è egli stesso imprigionato, scopre i dilemmi e le dure prove terrene.

Il Derviscio è film dai contrasti sfumati. Ambienti chiusi e debolmente illuminati da chiaroscuri ampiamente utilizzati per accedere alternativamente alla luce e alla tenebra, espressione del conflitto di Nurettin abitante di spazi ora limitati (bellissima la sequenza della danza in una cella buia, illuminata da un fascio di luce proveniente da una finestra sul soffitto), ora infiniti e desolati (le lunghe e frettolose passeggiate nel deserto sotto un sole accecante, luogo in cui egli cerca il percorso da intraprendere, un ideale e invisibile labirinto dove ogni cosa appare chiara eppure sfuggente). La sua trasformazione implica l’avvento di gesti diversi – da quelli minimali, a quelli disinvolti e plateali dell’uomo di potere quando Nurretin diviene Cadì -, di un diverso mostrarsi anche attraverso gli abiti, di un linguaggio che da teorico diviene pratico. Dopo aver attuato la sua vendetta nei confronti di chi aveva umiliato la sua famiglia, la propria affidabilità, persino le sue relazioni con il potere quando esso era cosa miserevole nei confronti dell’Essere Supremo, Nurettin, ormai implicato nell’instabile destino di ogni mortale che abbandona, abbandonato a sua volta, dalla certezza dell’assoluto, attende la sua fine, ultima certezza che gli rimane.
Altra figura, a Nurretin contrastante, è quella dell’amico Hasan, sereno nella sua incertezza quotidiana e nella sua condotta spesso frivola, emblema dell’essere fortemente radicato nell’indefinitezza umana anche, forse soprattutto, nelle sue forme più gaudenti. Sicuramente anch’egli attraversato da forti dilemmi, ha un modo meno traumatico di affrontare le cose, la Storia, che vede, anche vivendola, svolgersi nella comunità.

La forte sensazione, vedendo Il Derviscio, è quella di un Rondalli sicuro della materia che è andato a scomodare (in parte in virtù dell’universalità del protagonista, come già detto), a tratti accostabile allo stile del cinema di cultura islamica più noto in Italia, ossia quello iraniano - scelta in principio discutibile, poi “sciolto il dubbio”, apprezzabile per la capacità di osservare e di conseguenza manifestare il proprio punto di vista dall’interno del tema trattato -, ma infine così proprio di un regista formatosi alla scuola di cinema di Ermanno Olmi (Ipotesi Cinema) e perciò abituato a gestire tutto partendo da una ricerca profonda che diviene alfine competenza.

© 2002 reVision, Emanuela Liverani





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