Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



Denti

1h 38'

Regia: Gabriele Salvatores



Gengive che zampillano sangue, corridoi della mente che celano delitti, amori soffoca(n)ti: Gabriele Salvatores gira Denti nei suoi luoghi oscuri, esorcizzando il fantasma del cinema italiano di un decennio - una deriva del linguaggio a cui il regista dell'Oscar non può dirsi estraneo. Non coraggioso, ma senza dubbio incoraggiante, Denti è il film di un uomo solo, Antonio (Sergio Rubini): solo coi suoi denti che gli aprono passaggi impensabili nella memoria, e gli riportano al presente l'immagine della madre vestita di rosso, scomparsa quando Antonio aveva tredici anni. Nel mettere insieme queste visioni improvvise con la percezione normale del personaggio (complicata da una gelosia ossessiva per la donna con cui vive, Mara), Salvatores trova la chiave espressiva che mancava al suo cinema fin dagli esordi, in qualche modo "promettenti", ma mai essenziali, importanti: Denti ha il pregio di buttare all'aria le carte, di forzare un regista-narratore ("Ho cominciato a fare cinema per il desiderio di essere io a raccontare le storie che vedevo sullo schermo" diceva a Mario Sesti qualche anno fa) all'anti-narrazione, costringendolo negli spazi residuali del nonsenso. E dell'eccesso, visto come alternativa feconda alla sterile sobrietà di una certa idea del cinema d'autore.

Si è spesso letto di questo "impulso a rimuovere" come tratto patologico della produzione culturale in Italia: a rimuovere la Storia, a rimuovere il sociale, il politico. Denti, pure nel ripiegamento del soggetto sull'Io, accetta il rischio di farsi schiacciare dal ritorno del rimosso, quel che impedisce al nostro cinema di dire, di parlare. Come Antonio, che colpito alla bocca da Mara non può pronunciare le consonanti dentali: è il trauma che origina un percorso (soprattutto, come si è detto, temporale, anche se l'uso frequente del camera-car crea un'analogia con lo spostamento reale) durante il quale il soggetto si ripensa, e ritrova infine la parola. Sotto la dentatura offesa (dal gesto di Mara e dall'autocommiserazione di Antonio), c'è una terza dentizione; in un film densamente popolato di figure allusive, questa terza dentizione sta proprio per la funzione simbolica del linguaggio (così come dopo il sistema ricettivo e quello reattivo vi è il sistema simbolico), per cui Antonio è l'uomo come "animale simbolico" cui è negato il contatto diretto con il mondo reale.

Nel tessuto viscoso delle immagini di Denti si insinuano le visioni e le apparizioni che dialogano con Antonio (la madre, il padre, un odontoiatra assassino); la temperatura del linguaggio si alza a fino a squagliare il concetto di legame transitivo fra i piani, come nella sequenza della festa in cui tanto Antonio quanto lo spettatore perdono i saldi riferimenti della percezione per galleggiare in uno spazio reso liquido dalle immagini specchiate e deformate. La ricerca della parola deve passare per la consapevolezza della crisi insita in ogni linguaggio, quella "perdita della cosa" descritta da Cassirer e Nietzsche e negata dalle poetiche realiste; e Denti rinvia proprio all'assunto nietzschiano secondo il quale "proprio il fatto che nessuna parola viene presa alla lettera, è per questo antirealista la condizione prima per potere, in generale, parlare". E' allora in funzione della "perdita della cosa" che Salvatores manipola lo spazio scenico per sottoporlo a distorsioni ottiche anche violente, a viraggi insistiti, ad un montaggio che spezza e fraziona anche il vuoto, anche l'inutile, senza curarsi di un'esatta ricerca di un effetto di collisione fra inquadrature.
"E' un film disequilibrato" ha detto il regista al Festival di Venezia "nel senso di non protetto". Nell'eccedere la misura, nel superare il colmo del visibile con immagini di vario genere (disturbanti, oniriche, musicali) ma sempre residuali, Denti coglie una necessità (quella di "parlare cinema") nel mentre ne fa oggetto di rappresentazione. Questa aderenza del progetto formale al fatto narrativo, in una logica inflativa che accumula il superfluo, è paradossalmente quanto di più "necessario" Salvatores abbia mai realizzato.

© 2000 reVision, Luca Bandirali





torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci