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I Demoni di San Pietroburgo1h 58'
Regia: Giuliano Montaldo San Pietroburgo, 1860. Una carrozza viene fatta esplodere per strada, provocando la dipartita
di uno dei membri della nutrita famiglia imperiale. La matrice dell'attentato è chiara come il sole: si tratta di un gesto
terroristico, buono a rinsaldare alleanze ed intenzionalità eversive di uno dei gruppi operanti nella Russia di quei tempi
inquieti, che agitavano senza remore le nichilistiche ragioni della rivoluzione allora sognata come possibile.E' trasparente lo scenario de I Dèmoni di San Pietroburgo, ultima fatica cercata e finalmente realizzata (a diciannove anni di distanza dall'infelice Tempo di Uccidere tratto dal bel romanzo di Flaiano) da Giuliano Montaldo, settantottenne colonna del nostro cinema. Siamo in zona dostoevskiana, immersi nelle sulfuree e problematiche atmosfere che generano il potente affresco de "I demoni" (romanzo ancora in attesa di una degna trasposizione cinematografica, dopo il fallimento, datato 1988, del loffio tentativo firmato da Andrzej Wajda). E Montaldo, sviluppando un proprio geometrico teorema d'impianto sciasciano sull'emblematico parallelismo tra la Storia di ieri e quella attuale, fa scendere in campo Dostoevskij stesso (affidandone all'interpretazione efficacemente febbrile Miki Manojlovic), qui identificato come portatore insano e tormentato delle brucianti ansie che avrebbero agitato teorie e prassi degli intellettuali artisti con tentazioni engagé per tutto il Novecento di là da venire. Vediamo così il mitico Fëdor, all’epoca particolarmente pressato dai creditori a causa dei debiti di gioco, aggirarsi nottetempo in un ospedale psichiatrico per guadagnare il colloquio con un giovane lì ricoverato, Gusiev (Filippo Timi), che ha sollecitato l'incontro allo scopo di rivelare allo scrittore affermato la propria partecipazione all'attentato (da noi visto in apertura del film) mentre in progetto ve n'è un altro. Ben più clamoroso (la vittima predestinata è il granduca dello Zar), elaborato da una combriccola rivoluzionaria capitanata da una certa Aleksandra (Anita Caprioli), avvenente e determinata "pasionaria" per vanto di cui il nostro apprende l'indirizzo di casa. La tentazione di fermare l'atto inconsulto si mescola, nella sensibilità già ferita di Fëdor il grande, ai timori e tremori procurati dalla nuova creazione in nuce ("Il giocatore", breve ed intensissimo capolavoro da consegnare all'editore per arginare il flusso debitorio), assieme all'ormai endemica debolezza derivata dai sempre più frequenti attacchi di una devastante epilessia. Al suo fianco egli ritrova la futura moglie Anna Grigorevna Snitkina (Carolina Crescentini) che, da brava stenografa, lo aiuta e redigere il romanzo mentre si affastellano in lui le seduttive ombrosità di un'utopia socialista che cozza con la violenza profusa della vituperata praxis sovversiva e, soprattutto, con la contrastante metafisica di un misticismo impregnato di teologia negativa, ad accomunare tragicamente (prima di Nietzsche) il destino degli uomini e quello degli dei. Come se non bastasse, affiorano pure (in un bianco e nero abbacinante che marca l'afflato del flashback emotivo) i fantasmi di un passato da prigioniero in Siberia, a partire dal processo fino al lungo periodo di detenzione nei raggelati interni ed esterni di un lager che diventa un innevato paesaggio dell'anima (ed in questi segmenti troviamo Giordano De Plano come interprete del più giovane Dostoevskij). Che tali torture fisiche ed interiori possano condurre l'animus di un genio al capolavoro è un assioma al quale Montaldo non
intende aderire più di tanto. Il suo non vuole essere un biopic tradizionale ma invece una controllata escursione epico-intimista
sull'irruzione della coscienza individuale nel caos incontrollabile della Storia, animata dallo stesso gusto civile che ha
segnato una gloriosa carriera da narratore impegnato e colto, fin dall'esordio col problematico Tiro al Piccione (la
Resistenza inquadrata dalla parte dei difensori di Salò) seguito dai furenti je accuse contenuti in capolavori come Gott mit
Uns (Dio è con Noi) e Giordano Bruno (sull'eresia punita del grande filosofo domenicano) accanto a quel cult sulla
tragica legittimità dell'utopia libertaria che rimane Sacco e Vanzetti, celebrante la vergognosa gogna made in USA dei
due simboli italo-americani dell'anarchismo, il calzolaio Nicola ed il pescivendolo Bartolomeo.I Dèmoni di San Pietroburgo è dunque sintesi e sigillo di un esemplare percorso autorale, cinema a tutto tondo che sa come far sciogliere i propri riferimenti letterari ed una fulgida matrice ideologica connessa ad un umanesimo ancora sorprendentemente tardo-illuministico. C'è una citazione gogoliana nell'episodio di Fëdor che cede il proprio cappotto, acquistato di fretta non ancora completamente imbastito, da un mendicante poi arrestato (la polizia crede che questi l'abbia rubato a qualcuno). E c'è pure un dialogo d'impianto dostoevskiano (memoria di quello col Grande Inquisitore) che vede lo stesso scrittore protagonista confrontarsi con l'ispettore zarista Pavlovic (che ha l'intenso aplomb del nostro grande Roberto Herlitzka), colui al quale spetta formulare l'apodittica accusa "I suoi romanzi sembrano scritti contro i rivoluzionari ma in realtà sono più incendiari dei proclami terroristici", fondante il paradigma ammonitorio alla base del progetto montaldiano che, tra le righe, sembra rimpiangere i bei tempi andati nei quali gli intellettuali, per dirla con Pasolini, "gettavano il proprio corpo nella lotta" e non solo metaforicamente. In questo richiamo ai fermenti di un'estetica disposta ad impastarsi con le contemporanee asprezze sociali e politiche, il regista fa propria la tagliente espressività del suo prediletto Turgenev, autore del memorabile "Padri e Figli". È davvero pieno di nobili motivazioni, questo film nato da un idea del regista Andrej Koncalovskij, maturato da un soggetto
sviluppato da Paolo Serbandini, sorretto dalla tesa sceneggiatura di Monica Zapelli e dello stesso Montaldo, dall'accurata
ricostruzione scenografica di Francesco Frigeri (con l'apporto dei costumi a firma della figlia del regista, Elisabetta),
dall'elegante e mai vacuamente pittoricistica fotografia di Arnaldo Catinari, mentre il premio oscar Ennio Morricone offre il
sostegno di una partitura assai espressiva certamente destinata alle sue future antologiche in concerto, e si notano le
attorali partecipazioni del critico Steve Della Casa (nel ruolo di un giudice militare) e della preziosa e misuratissima Sandra
Ceccarelli come Natalia Ivanovna. Enucleando la vicenda umana di Dostoevskij, senza mai occultare l'impenetrabile ambiguità
della sua presenza leggendaria, Montaldo tesse la propria trama poliziesca connotandola di raffinate derive teoretiche che
consentono a I Dèmoni di San Pietroburgo di allinearsi degnamente ad altri esempi di escursioni nella Storia di oggi
raccontata col respiro epico di quella di ieri (il conflitto in Cecenia secondo il Nikita Michalkov visto a Venezia, 12,
o secondo l'impareggiabile Aleksandr Sokurov di Alexandra). Non si può non ringraziare per questo ritorno montaldiano
la Film Commission Torino Piemonte, garante di un progetto in controtendenza rispetto alle strategie produttive andanti. Sentivamo
il bisogno che qualcuno riconnettesse le attuali caotiche inquietudini dell'utopia marcita agli antichi rigurgiti di un demonismo
sorretto da scomposti e sconvolgenti ideali ugualitari. Questo film di Montaldo, ispirato e necessario, ci parla senza perifrasi
della scandalo battagliero che pone a confronto ogni artista con una tentazione di purezza, con la sacralità delle cose e degli
uomini, con le impervie ragioni del Bene e del Male. Su tutto vibra il riflesso di un Dio forse volutamente assente e comunque
sempre invocato in assieme a quel fantasma ineffabile fatto materializzare dal grande Buñuel quando decise di lasciare trasparire
la propria idea di libertà. Così dopo un film come questo, parafrasando Flaubert e la sua Bovary, possiamo tranquillamente
affermare: Dostoevskij c'est moi.
© 2008 reVision, Francesco Puma |
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