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Debito Di Sangue

Blood Work - 1h 48'

Regia: Clint Eastwood



Omogenea, sequenziale, lineare, l’immagine cinematografica è sempre più standardizzata, sottoposta ad un processo di ripulitura che richiede ripetitività e modularità e un coinvolgimento sensoriale dello spettatore sempre meno attento a collaborare alla creazione dell’esperienza della visione.
Non può che stupire allora la volontà del cinema di Clint Eastwood e soprattutto di questo complesso e polisemico Debito Di Sangue di arrivare a creare una comunicazione che passi attraverso informazioni e dettagli apparentemente inessenziali, che trasformi lo spettatore in schermo e lo coinvolge nel processo di definizione delle immagini, che è a questo punto innanzitutto fisico ed emotivo.
Tanto che non è difficile tentare di leggere la debolezza fisica dell’agente dell’FBI Terry McCaleb (Clint Eastwood), che insegue lungo le strade di Los Angeles un presunto omicida e poi crolla a terra colpito da infarto, come il tentativo di creare un’intuizione “allargata” dello spazio della messa in scena, non ristretto all’analisi logico – razionale degli indizi raccolti sul campo, ma ispessito dalla quantità di dati soprattutto sensoriali che la detection continuamente propone, fino ad ipotizzare un serial killer che vive (anche) attraverso il corpo del suo peggiore nemico.

Quel che più colpisce, però, è la capacità da parte di Eastwood di creare continuamente – attraverso i tempi morti del racconto, attraverso la descrizione di episodi apparentemente inutili alla progressione della detection, attraverso un rapporto quasi simbiotico con il corpo di Terry McCaleb - altri mondi tangibili, deviazioni dallo sguardo rivolto alla “cosa vista”, nel tentativo di rendere tangibile una detection che deve proporre scarti, altre realtà concrete e non semplici ipotesi di lavoro.
In altri termini, si tratta di lavorare sul concetto di allucinazione (non a caso il serial killer gioca su uno scarto nel computo delle informazioni numeriche che dovrebbero rendere credibile, “vera”, l’immagine della cosiddetta “realtà”), di visione allargata, finché non diventa credibile ipotizzare l’accelerazione dei processi di “azione” e “reazione”, sganciati da un rapporto solo logico di causa ed effetto e il recupero di una sensibilità che si credeva ormai consegnata al video d’arte o al clip e allo spot, tuttavia all’interno di una misura quasi classica nella considerazione in termini antropologici e culturali del contesto e della stessa detection.

© 2002 reVision, Marco Marinelli