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La Dea Del Successo

The Muse - 1h 36'

Regia: Albert Brooks



Steven Phillips, sceneggiatore in crisi, si affida ad una misteriosa Musa (Sharon Stone) che ha già portato tanti pezzi grossi del cinema a improvvisi e fantasmagorici successi. La Musa, senza far nulla di concreto e vessando perennemente il povero Steven di astruse e costosissime richieste da diva, lo "aiuta" a ritrovare l'ispirazione perduta e a far accettare un proprio soggetto dalla Paramount. Ma c'è l'amara sorpresa: la Musa è soltanto una schizofrenica dalla personalità multipla.

Il meglio di sé La Dea Del Successo lo dà in un incipit di singolare perfidia, nel quale il protagonista riceve di fronte ad un pubblico assai poco appassionato un cosiddetto "Premio Umanitario", onorificenza di pochissimo valore che Hollywood concede come contentino alle sue figure minori. Per il resto, purtroppo, quasi tutte le scene a seguire risentono in modo evidente il peso dei film del passato che hanno affrontato (e con ben altri risultati) i medesimi argomenti e ambienti. In primo luogo, gli inutili sforzi di Steven nel tentativo di recuperare un credito artistico ormai definitivamente affossato, e soprattutto il kafkiano appuntamento con Spielberg (nella sua sfiancante odissea di lasciapassare, segretarie, attese infinite e corridoi chilometrici), ricordano sin troppo da vicino le traversie di Rupert Pupkin, l'allucinato attore bramoso di successo interpretato da De Niro nel grandissimo Re Per Una Notte di Scorsese.

Nelle gustose comparsate di registi e attori nel ruolo di se stessi (James Cameron, Rob Reiner, Jennifer Tilly, e lo stesso Scorsese in un monologo di alleniana nevrosi), il film confessa inoltre un pesante debito verso l'inarrivabile fiera delle vanità immortalata ne I Protagonisti di Altman. Il terzo grande modello è infine l'opera omnia di Woody Allen, i cui semi sono riconoscibili in quasi tutte le battute del protagonista e nella recitazione sopra le righe della Stone; un'affinità peraltro riconosciuta e sottolineata dallo stesso distributore italiano, nell'assonanza tra i titoli Dea Del Successo / Dea Dell'Amore.

Curiosamente, i difetti di questo film sono anche quelli che tutti i produttori imputano alle sceneggiature di Steven: la "mancanza di mordente". Altman, Scorsese e Allen, infatti, hanno il coraggio di spingere i loro giochi surreali fino in fondo, rivelando la crudeltà che si nasconde sotto le pieghe di ogni farsa. L'attore e regista Albert Brooks, invece, se la cava nel finale con la classica trovata del personaggio centrale che si rivela folle: una mossa da tardo-commedia all'italiana che svia tutti i problemi (molto più efficace era, in Troppo Forte di Verdone, l'avvocato interpretato da Sordi che da un giorno all'altro si trasforma in ballerino). Sul mondo dello spettacolo, insomma, si può e si deve essere molto più cattivi.

© 2000 reVision, Dante Albanesi



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