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Il Codice Da Vinci

The Da Vinci Code - 2h 29'

Regia: Ron Howard



Per cercare di comprendere (almeno in parte) le reazioni che Il Codice Da Vinci ha provocato al pubblico e ai mass-media in questi ultimi mesi, potrà essere utile definire tre particolari verità che in ogni opera dovrebbero di norma rimanere separate.

1. Verità storica (esempio: Gli Ebrei sono fuggiti dall’Egitto). Sono vere fino a prova contraria. È obbligatorio/necessario crederci, poiché sono state dimostrate.
2. Verità religiosa (Gli Ebrei sono il Popolo Eletto). Pretendono di essere vere, ma possono non esserlo. È possibile crederci, anche se rifiutano qualsiasi dimostrazione.
3. Verità artistica (La Bibbia è un capolavoro della Letteratura). Non pretendono di essere "vere", e non ha alcun senso definirle tali. Non è necessario crederci, perché non hanno alcuna possibilità di dimostrazione.

Queste tre verità si muovono sui tre piani distinti della logica, della mistica e della estetica, e non hanno alcuna possibilità di avallarsi a vicenda. Qualsiasi tentativo di compararle, di mettere in relazione i loro valori, crea una sorta di "violazione di pertinenza". Ipotizziamo qualche caso.

- Verità artistica vs religiosa: il fatto che la Bibbia sia un testo importante non è la "prova" che Dio esista (e ogni opera che parla di Dio non è necessariamente un capolavoro).
- Storica vs religiosa: il fatto che Ponzio Pilato sia esistito, non è la prova che sia esistito anche Gesù Cristo.
- Artistica vs storica: il fatto che la Divina Commedia sia un testo importante non vuol dire che Dante abbia realmente visitato l’inferno.

Ovviamente vi sono casi particolari in cui due verità possono arrivare a convergere. La verità artistica può coincidere con quella religiosa: i tre regni ultraterreni narrati dalla Divina Commedia sono gli stessi predicati dalla religione cristiana. O la verità storica può coincidere con quella artistica: la peste di Milano raccontata da I Promessi Sposi è un evento realmente accaduto. Al contrario, posso apprezzare la Bibbia come testo letterario (verità artistica) anche senza credere che Dio esista (verità religiosa); e, per paradosso, anche senza credere che gli Ebrei siano fuggiti dall’Egitto (verità storica).
Ora, cosa è accaduto con Il Codice Da Vinci? Che queste tre verità, ancora una volta, hanno smarrito i loro rispettivi confini. E tale sconfinamento ha conosciuto varie modalità, alcune tra il comico e il delirante. Molti spettatori hanno recepito sullo stesso piano fatti storici (il Concilio di Nicea che nel 325 ha messo ordine tra le varie sette e ha praticamente "inventato" il Cristianesimo), speculazioni religiose (Gesù Cristo era sposato?) e assurdità pure (Maddalena sepolta nella piramide del Louvre!). Avversando in ogni modo il film ed il libro (e senza tentare la minima distinzione tra i concetti di fede e di finzione), la Chiesa ha implicitamente avallato tale equivalenza, procurando al film un enorme pubblicità gratuita. E quei critici (cattolici o meno) che hanno stroncato il film soltanto perché "mostra cose false", hanno deliberatamente confuso la verità artistica con quella storica; per quest’ultimi la colpa è più grave, essendo una categoria che dovrebbe essere avvezza a discernere opere di invenzione da documenti storici.

Il punto è che Il Codice Da Vinci ha tutto il sacrosanto diritto di raccontare "bugie", di proclamare che Cristo ha avuto figli dalla Maddalena, o anche di fondare una nuova religione, perché è appunto un testo di finzione che per statuto non ha obblighi di obiettività storica. Il problema è che Dan Brown, sapendo di non muoversi sul piano del vero, ha scelto di muoversi sulle sabbie mobili del "verosimile": territorio ambiguo che ancor oggi può ingannare più di un lettore. Il Codice Da Vinci, film (e libro) di una bruttezza rara, orribilmente girato, penosamente recitato, è la prova di come il nostro rapporto col cinema, e con l’arte in generale, non può ancora dirsi completamente maturo. In una società brutalmente annegata da segni di ogni tipo, livello e qualità, ciò che ci manca, ciò che ci viene negato, è proprio la "sapienza" (Sophia) di selezionarli l’uno dall’altro. Sono sempre di più quelli che ci raccontano storie, sono ancora pochi quelli che ci spiegano come ascoltarle. Anche se spesso tendiamo a dimenticarlo, per una larga fetta dei nostri apparati di comunicazione, per una larghissima fetta di pubblico, la finzione è ancora un oggetto misterioso che non si riesce a manipolare con cura.

© 2006 reVision, Dante Albanesi