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L'Incubo di DarwinDarwin's Nightmare - 1h 47'
Regia: Hubert Sauper L’anno scorso il regista Terry George ha raccontato con passione autentica il genocidio che si consuma nell’Hotel
Rwanda, mentre il documentarista di origine tirolese Hubert Sauper si è recentemente inoltrato ai confini di un altro scenario terribile, la zona aeroportuale
di Mwanza in Tanzania per realizzare uno dei documentari più sconvolgenti degli ultimi anni, L’Incubo di Darwin, presentato nell’edizione 2004 del Festival di Venezia,
nella sezione "Giornate degli Autori", vincitore del premio Label Europa Cinemas e, infine, candidato meritatamente all’Oscar di quest’anno come miglior documentario. L’Academy
Awards gli ha preferito il più conciliante La Marcia dei Pinguini, e speriamo che ciò non impedisca la giusta diffusione di questo coraggioso
film su una catastrofe ambientale che pare irrecuperabile.In una certa zona della Tanzania sorge un aeroporto dove solitamente transitano dei piloti russi che, prima della caduta dei Muri, appartenevano all’Aeroflot. Ma nello stesso luogo sorge pure il lago Vittoria, popolato di pesci persico provenienti dalle sorgenti del Nilo. La loro presenza in quel lago è la conseguenza di un bizzarro esperimento scientifico, compiuto nel lontano 1962. Si tratta di pesci voracissimi e abnormi di una razza chiamata "Tilapia del Nilo" (Nile perch), che per nutrirsi si divorano tra loro quando non trovano altro. Questo ha provocato l’estinzione di tutte le razze ittiche in quel lago, una evoluzione degenerante che condiziona l’economia della zona. Ai pescatori non resta che sopravvivere trasformando questa anomala fauna in filetti rosati da vendere sul mercato europeo. E i piloti russi diventano corrieri di armi e di filetti, coprendo questa attività con la qualifica di aiuti umanitari. Le armi divengono lo strumento per alimentare un conflitto perenne, sanguinoso e devastante. Questi mercenari della morte perseguono i loro traffici in una terra dove l’incubo della morte è leggibile negli sguardi di ogni membro della popolazione. All’inquinamento ambientale si aggiunge quest’altro commercio perverso. Gli esiti sono devastanti. Le immagini di Sauper sono sconvolgenti: il cimitero dove si ammassano le parti scartate dei pesci diventa un'enorme mangiatoia per gli abitanti
di quel luogo che se ne nutrono infettandosi. Le sofferenze sono indicibili e provocano malattie generazionali, un tragico squilibrio che addirittura mette tra parentesi le teorie
evoluzionistiche di Darwin. Questa terrificante metafora sul lato oscuro della globalizzazione imperante, sulle mostruose leggi del profitto che provocano la strage dei più deboli,
funziona come monito più di qualsiasi diretto "j'accuse". In questo inferno di miseria e dolore immarcescibili, la prostituzione diffusa genera ulteriori drammi. L’Incubo di Darwin
documenta la straziante morte di una giovane di nome Eliza abituata a concedersi ai piloti russi. È la piaga dell’AIDS a decimare il resto di questa infelice popolazione.Se la Tv sembra avere definitivamente oscurato, in nome dell’Auditel e delle sue assurde leggi, i teatri più impervi delle quotidiane apocalissi, il cinema sembra avere acquistato, sul terreno di una marginalità sempre più evidente, la propria funzione critica. Docufilm come questi risultano oggi più che mai necessari. Ciò che non vediamo, che crediamo di sapere o che intuiamo, ha bisogno di essere mostrato. Il mondo che sembra aver definitivamente smarrito i propri equilibri è il nostro mondo e questo non possiamo, non dobbiamo più ignorarlo. La “nostra” Africa che ci appare così distante, coi suoi irredimibili disastri provocati dagli interessi e dall’indifferenza delle società più forti, grazie a film come questi conquista uno spazio maggiore nelle nostre coscienze di contemporanei. Il mosaico sociale e, perché no, politico che viene fuori da i più recenti esempi del documentario indipendente mette in primo piano uno scandalo davvero intollerabile. Il seme del Male produce le piante malate di un capitalismo degenerato: possiamo rendercene conto vedendo un film come Enron di Alex Gibney (anch’esso presente agli Oscar di quest’anno), ironico pamphlet su un caso di bancarotta negli States, o vedendo questo tagliente, ammirevole reportage sulla devastazione di un luogo della Tanzania dimenticato da Dio e dal resto dei media. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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