Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



Dark Blue World

1h 54'

Regia: Jan Sverak



Lo stivale nero del Nazismo non sembra tanto più affittivo della cecità del Regime Comunista che punisce senza processo chi potrebbe essere compromesso dagli ideali di democrazia e libertà.
Il regista Jan Sverak, premio Oscar nel 1997 per Kolya, rilegge il destino dell'Europa nella vicenda personale di due uomini ed affronta una pagina durissima della storia moderna scegliendo di superare le crudezze del soldato Ryan, qui solo accennate ma ugualmente mordenti, o il melodramma alla Pearl Harbour, per sviluppare un taglio più introspettivo che analizzi la guerra attraverso l'ottica privata della gente che fa la storia.
Sverak anima un Kolossal paradossalmente intimo, potente e denso di emozione, lontano dagli stereotipi del film bellico Hollywoodiano. Nell'affresco della guerra, ancora una volta, non vi è cesura tra bene e male: la furia nazista imperversa nella Praga occupata del 1939 inducendo Franta, un capitano dell'aviazione cecoslovacca di grande coraggio, ed il suo allievo Karel a fuggire in Inghilterra per arruolarsi nella Royal Air Force e combattere i tedeschi per l'onore di un Paese che, poco dopo, li tradirà. Atterraggi di fortuna, ricognizioni che degradano in scontri mortali, spericolati lanci col paracadute sono tutte avventure che i due piloti superano grazie alla forza di un legame che sembra renderli invincibili pur nelle fauci della battaglia. Mai traspare, da questo affresco di eroi ed imprese, lo sconforto degli uomini o la desolazione di giovani strappati alle loro vite come raccolti di morte. Il film di Sverak, infatti, punta i riflettori più sulle prodezze aeree ed amorose dei protagonisti che sull'afflizione della guerra che tutto distrugge, facendo di amicizia virile ed ideali la parte decisamente più incisiva del suo racconto.

La storia è articolata in due piani temporali separati: l'uno narra la vicenda dei due giovani, uniti nei combattimenti, rivali per amore della stessa donna; l'altro è ambientato nel carcere ceco in cui Franta è rinchiuso dal Regime che teme il ritorno in Patria degli eroi come fonte di corruzione del Popolo oppresso. La narrazione trova nelle immagini un punto di notevole impatto emozionale e nella fotografia eccellente una forza anche maggiore delle parole per scandire, con contorni morbidi e colori sgargianti, l'ambientazione in Inghilterra e, con toni grigi, spenti e quasi metallici, il carcere dell'era comunista. Vincente la scelta di offrire allo spettatore un quadro alternato delle esperienze passate e presenti dei sopravvissuti e di indugiare su un episodio ripescato dai file cancellati dalla Storia perché scomodi: il ritorno nei Paesi dell'Est dei soldati che combatterono Hitler non fu affatto diverso dalla sorte toccata a quelli delle SS: il Lager.
La libertà, forse, è un ideale artefatto, un mito di carta ma, sembra dire Sverak, il mito si nutre della passione che genera, prende consapevolezza e si fa reale, diventando irrinunciabile dopo l'assaggio. Per questo, con tenacia, Franta sopravvive ad una vicenda di umiliazione e crudeltà immeritata ed assurge a simbolo stesso del bisogno di riscatto celebrando la verità per cui nessuno vince veramente quando regna la violenza che fa del domani solo un'altra cosa da perdere. Tutti i personaggi che percorrono il racconto di Sverak comunicano un senso di precarietà ed abbandono, vivendo senza difese le passioni più profonde come se ognuna fosse l'ultima consumata sulla pelle e l'intera pellicola trasmette, a memoria futura, il monito che, nella follia del totalitarismo, sia esso nazista, sia comunista, morte e sopravvivenza sono solo incognite di cui il destino dispone casualmente.

© 2002 reVision, Elisa Schianchi





torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci