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Dark City

1h 40'



Uno dei possibili itinerari di lettura del nuovo film di Alex Proyas scaturisce da una attenta osservazione della prima sequenza. All'interno di una stanza da bagno di un imprecisato e lugubre hotel cittadino, un uomo si sveglia come da un lungo sonno immerso nella vasca da bagno. Tutt'intorno è oscurità, l'unica fonte di luce è fornita da una lampada oscillante situata al centro della stanza. La stanza è la numero 614 e, si scopre nel prosieguo della pellicola, il nome dell'uomo è John. Questi due elementi conducono direttamente ad un ben preciso riferimento biblico: Giovanni 6.14. "Ora quegli uomini visto il prodigio fatto da Gesù dicevano: Questo è davvero il profeta che ha da venire al mondo". Nel mondo parallelo e atemporale di Dark City il nuovo profeta nasce dall'elemento primordiale per concludere la sua parabola, dopo essersi liberato dalla croce metallica costruita per imprigionarlo, all'interno di un paradiso da lui stesso creato. Un paradiso fittizio, immaginario concepito esclusivamente grazie al potere della sua mente. Il nuovo Dio, il Dio che verrà, sarà un Dio il cui potere consiste nell'abilità di alterare e costruire immagini. Dark City è un film immaginario e immaginifico, vero e proprio nutrimento per una società moderna, o post moderna, che si nutre quasi esclusivamente di visioni, di apparenze. L'immagine è il nuovo vitello d'oro, il nuovo idolo da adorare. Il film mette in crisi questa rappresentazione esclusivamente visiva del vero, e soprattutto pone seri dubbi sulla facilità con la quale siamo portati a dare credito a ciò che percepiamo della realtà che ci circonda attraverso il senso della vista. Il potere di John, essendo lui stesso illuminato, è quello di andare oltre il puro e semplice aspetto visivo, di indagare la patinata superficie creata e ricreata ogni notte dagli Strangers. Il popolo di misteriosi alieni che affidandosi al poter di creare nuove forme, di impiantare nel cervello umano nuovi ricordi creando e modellando nuovi ruoli per i medesimi personaggi, tenta di scoprire il gene dell'individualità umana. Scoperta a cui e legata la loro sopravvivenza come razza.
Tutto nel film risulta essere così visivamente esagerato, talmente disturbante da rendere evidente il tentativo di segnalarsi come costruzione artefatta. Più il film si segnala come artificio, più per i personaggi che si muovono al suo interno risulta impossibile distinguere il vero dal falso, la verità dalla menzogna. Gli unici in grado di liberare questa dicotomia sono il protagonista principale John, che rappresenta le forze del bene, e l'ambiguo Dottor Schreber scelto dagli Strangers come aiuto "esterno" nella loro ricerca. Dalla loro strana coalizione scaturirà il germe della sconfitta per gli alieni.

Dark City è una vera e propria città fittizia, un enorme laboratorio costruito dagli Strangers per l'osservazione comportamentale della razza umana. Una città costruita, modellata sulle memorie rubate ai rappresentanti della razza umana, mischiando in un ipotetico tempus fugit diverse epoche, diversi passati. Visioni che ben presto si rivelano essere legate ad una ben precisa tradizione cinematografica che parte da Metropolis e arriva fino a Dark City passando attraverso Blade Runner e Il Quinto Elemento. Il passato cinematografico si segnala in questo modo come parte essenziale del subconscio degli abitanti, frammento importante del nostro immaginario, modificando il quale gli alieni sono in grado di costruire e ricostruire in continuazione l'ambiente ideale per il proseguimento del loro esperimento. Così nel film nascono e muoiono nel breve volgere di poche ore una infinita spirale di mondi all'interno di altri mondi, mondi individuali che vengono reificati in un unico mondo creato dalla mente collettiva degli Strangers: la città di Dark City. Una città che nella migliore tradizione del cinema noir diviene specchio dello stato di confusione e smarrimento interiore dei personaggi, creando una interessante quanto evidente corrispondenza tra il dentro e il fuori. Una "morphing reality" legata all'aspetto esteriore della città, al suo cangiante profilo che rappresenta al meglio la "morphing personality" di cui sono vittima tutti gli abitanti.

A Dark City è sempre notte. A Dark City il tempo viene fermato, congelato, dilatato a dismisura per permettere gli esperimenti degli Strangers. Gli uomini sono cavie da laboratorio, ignari del loro vero passato, un passato costruito da brevi strisce di immagini impiantate nel loro cervello dagli alieni, e di conseguenza privati di una qualsivoglia possibilità di futuro, costretti a vivere in una perenne oscurità non solo fisica ma anche psicologica. Un passato che, seguendo un movimento a spirale, arriva sempre inevitabilmente a riprodurre se stesso, sempre nuovo, sempre diverso ma irrimediabilmente falso. La spirale rimane il simbolo, più volte presente nel film, che gli alieni si ostinano a riprodurre ma che non riescono a comprendere, emblema indecifrabile che ben rappresenta l'individualità del genere umano. Simbolo che resta indecifrabile, perennemente sospesa tra l'infinitamente piccolo della spirale del DNA e l'infinitamente grande disegnato dalla spirale del nostro sistema solare.
Congelati nel sottosuolo del mondo da loro stessi creato, inabili ad affrontare le variabili impazzite del loro perfetto sistema collettivo gli Strangers sono costretti a soccombere di fronte al potere dell'individuo. John Murdoch, il nuovo profeta dell'originalità della creazione visiva individuale, porterà infine a compimento il suo desiderio di un nuovo mondo fatto di luce ed acqua, elementi primordiali essenziali a far scaturire la scintilla della vita. Un mondo che prende il nome dai suoi ricordi d'infanzia, dall'immagine luminosa di quella cartolina che si trova nella tasca all'inizio del film, dalle immagini proiettate dalle diapositive nella casa dei balocchi dello zio Carl: Shell Beach (non è certo un caso che a volte le conchiglie assomiglino morfologicamente ad una spirale). Ma anche Shell Beach è solo la proiezione visiva di un desiderio, un ologramma favoloso fatto di sole, mare, spiaggia e luce. Uno schermo piatto al di là del quale vi è il nulla cosmico, l'immensa oscurità dello spazio. Forse che l'uomo, nella società moderna, sia costretto per sopravvivere a proiettare in continuazione nel futuro le immagini felici di un passato idealizzato, forse mai esistito, ma infinitamente più gradevole del suo presente? Questa proiezione non può che essere rappresentata graficamente da una spirale. Figura che in continuazione si allontana e si avvicina da un unico punto generatore, da un'unica immagine della memoria.

© 1998 reVision, Fabrizio Pirovano