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Il Treno per il Darjeeling

The Darjeeling Limited - 1h 31'

Regia: Wes Anderson



Wes Anderson è uno di quei cineasti indipendenti che, con la sua originalità un po’ maudit, alimenta la fabbrica del made in Usa, altrimenti destinata alla consunzione. Le sue commedie venate di coloriture pop rivelano un talento eccentrico ed un leggiadro sarcasmo che lascia affiorare alla bisogna un retrogusto malinconico, sintomo di una sensibilità autorale e di un desiderio di stile rilevabile pure nell’accuratezza compositiva che è la sua caratteristica vincente. Ai più attenti tra gli spettatori non sarà di certo sfuggito un film sottovalutato in sede critica, il fascinoso Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou, vicenda di un oceanografo a caccia di uno squalo giaguaro che gli ha ucciso un suo amico, con uno ieratico Bill Murray alle prese con una resa dei conti esistenziale. Inquadrature fisse, senso del ritmo e del fraseggio sincopato, ricercatezza nell’ambientazione: Anderson sa come controllare il proprio stralunato umorismo coniugandolo alle taglienti esigenze di una satira che vuole svelare i lati più paradossali dell’America di oggi e della sua discutibilissima way of life. Bersaglio obbligatorio diviene così l’istituzione familiare che nel suo I Tenenbaum svela, in forma di sberleffo, i risvolti tragicomici di nevrosi e disfunzioni in cui annegano vecchi e giovani nell’attualissima elaborazione di un vuoto che genera perfidia a buon mercato.
Ed ecco finalmente nelle sale Il Treno per il Darjeeling, adamantina commedia da lui firmata e presentata in concorso al festival veneziano dell’anno scorso. Al lungometraggio è abbinato un corto, Hotel Chevalier, prologo buono a presentare uno dei protagonisti del film a seguire, l’impassibile Jack (un Jason Schwartzman davvero irresistibile) di cui conosceremo presto i fratelli, appartenenti alla famiglia Whitman. Lo vediamo rifugiarsi in una stanza dell’hotel parigino del titolo in fuga dalla conturbante fidanzata (una Natalie Portman le cui levigate fattezze si lasciano intravedere in penombra) ed intento a godersi in iPod l’orecchiabile nonsense di "Where Do You Go To My Lovely" dell’inglese Peter Sarstedt, celebre a cavallo tra i Sessanta e i Settanta del secolo scorso, mentre la telefonata di lei incombe per annunciare un platonico rendez-vous d’addio.

La deliziosa ouverture separata ad arte serve a predisporre il depistante tragitto, immerso in atmosfere indiane, de Il Treno per il Darjeeling che in apertura offre un rimarchevole cameo all’irresistibile Bill Murray, uomo d’affari in trafelata ambascia per raggiungere in tempo la stazione dove s’imbatte in un altro uomo che va di corsa, Peter (Adrien Brody) che riesce per un pelo a raggiungere l’agognata carrozza mentre l’altro rimane sul marciapiede. Caso e necessità, traiettorie inesorabili di un destino fatto di paradossali incroci ed impervie identificazioni: l’uno viaggia, l’altro no (parafrasando un antico titolo di Agnés Varda). E una volta a bordo (noi con lui) del Darjeeling Limited, Peter incontra il fratello maggiore Francis (Owen Wilson), colui che ha avuto l’idea di attraversare l’India sulle rotaie, già esibendo la testa fasciata. In carrozza c’è pure Jack, quello del corto, e così i Whitman brothers possono riunirsi, ad un anno dalla scomparsa del loro padre, alla ricerca di sensi e sentimenti per dare nuovi afflati e rinnovate consonanze alle rispettive esistenze. Pretesto non poco per l’on the road ferroviario è la decisione strampalata della comune loro madre Patricia la quale, una volta vedova, si è rifugiata da suora in un monastero dalle parti dell’Himalaya (sintomatico ruolo per Anjelica Huston già madre in fuga ne I Tenenbaum). Prigionieri delle proprie esitazioni ed in preda a contrastanti pulsioni, i tre fratelli svelano singolari volubilità gettando i loro corpi nella lotta con gli oggetti (come vuole la tradizione comica): Francis sequestra i passaporti dei congiunti mentre Peter cova la propria alienazione inforcando gli enormi occhiali da sole del padre defunto e camminando con scarpe spaiate (si viene pure a sapere che ha abbandonato la moglie incinta), al contrario di Jack che preferisce camminare a piedi nudi. Alla ricerca di una metamorfosi spirituale, perduti lungo i confini di un paese sconosciuto, i buffi viaggiatori si trascinano appresso le vestigia di un mal di vivere chiuse nelle loro undici valigie (disegnate per l’occasione da Louis Vuitton mentre Milena Canonero firma gli eccentrici costumi) assieme ad antidolorifici, spray urticanti e sigarette ossessivamente aspirate, trovando poi conforto in una rinfrescante bevanda al limone servita a bordo e nel profumo Voltaire N° 5, effluvio parigino che Jack custodisce gelosamente.

Il treno, con le sue eleganti carrozze e col severo suo conduttore (personaggio indimenticabile grazie alla performance di Waris Ahluwalia), diviene una ridanciana stanza della tortura per i fratelli nella loro svagata elaborazione di perdite ed assenze traumatiche, uno addirittura trovando il tempo di corteggiare da inconsapevole playboy un’affascinante cameriera indiana (è Jack il rimorchiatore "senza qualità"). Il vuoto affettivo non si colmerà poiché la madre in ritirata non vuole più vederli mentre li attende il drammatico episodio catartico del salvataggio in extremis dentro un fiume di due bambini quando un terzo affoga inesorabilmente. Così l’humour si tinge di un nero che allude ad un surreale svuotamento (tra Ionesco e il Polanski dei cortometraggi) sul tessuto raffinato di temi musicali tratti dai film del maestro indiano Satyajit Ray mescolati a brani dei Kinks ed uno dei Rolling Stones (sui titoli di coda un classico di Joe Dassin, "Les Champs-Elysees").
In questo recupero iconografico di movenze e orizzonti cult e pop (la camminata sincronizzata dei tre è molto slapstick rivisitato, mentre la fila indiana cita la mitica copertina di "Abbey Road" dei Beatles) che ben si coniuga con l’omaggio al Renoir de Il Fiume (quando l’azione si sposta dal treno al villaggio indiano), il film di Anderson, da lui stesso sceneggiato insieme a Roman Coppola (figlio di Francis) e Jason Schwartzman (figlio di Talia Shire e dunque nipote del maestro), svela la propria intenzionalità da apologo intriso di filosofia dell’assurdo, stemperata da una linearità ironicamente allusiva. Alla fine del viaggio, quando anche il convoglio ferroviario sembra aver perso la rotta e le valigie svaniscono nel nulla, i nostri fratelli recuperano la purezza gentile che li fa personaggi degni di Italo Calvino nel conquistare la consapevolezza di una identità e un rinnovato afflato spirituale. Perdendo la bussola può capitare di recuperare se stessi dando così un senso compiuto all’illusione del vivere: è questo il senso della parabola di un cineasta indipendente che sa come dar corpo, utilizzando la necessaria fissità, a quei sogni che nascono dalle più smarrite utopie.

© 2008 reVision, Francesco Puma