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The Dancer1h 30'
Regia: Frédéric Garson The Dancer può essere riconosciuto come un tardo epigono dell'ormai ventennale filone del neoromanticismo postmoderno, macro-genere
che derivò tutto il suo successo da un'inedita combinazione: audace sperimentazione formale applicata a narrazioni (ironicamente) tradizionali. Un binomio che dai primi anni
'80 ad oggi ha generato bizzarri e a volte geniali film "a strati", esplicitamente votati a coinvolgere fasce diversissime di pubblico, sovrapponendo luccicanti stilemi alti
(spesso al limite con l'avanguardia pura) ed efficacissimi colpi bassi da melodramma ottocentesco, il prediletto dei quali resta sempre l'handicap della protagonista femminile:
la cecità (Gli Amanti Del Pont-Neuf, Dancer In The Dark), la malattia incurabile (Moulin Rouge!), il disturbo mentale
(Betty Blue, Fuoco Cammina Con Me!, Le Onde Del Destino, La Principessa + Il Guerriero)... Non è un caso se tale struttura si adatta perfettamente all'opera di Luc Besson (produttore di The Dancer e autore del soggetto), il cui universo tematico orbita da sempre attorno ad un evidente nucleo: la guerra personale di una donna (Giovanna D'Arco, Nikita, la Leeloo de Il Quinto Elemento) contro un mondo che la rifiuta. Su questo schema si muove anche la vicenda di India (Mia Frye), eccezionale ballerina che furoreggia ogni sabato sera in una discoteca di tendenza, assistita da un fratello-manager ossessivo e arruffone. Il sogno è sfondare a Broadway, ma qualcosa sembra impedirlo: India è muta dalla nascita... The Dancer non manca di momenti gradevoli: la scena dell'audizione, con l'odiosa aiuto-regista che elimina le escluse semplicemente toccandole la spalla; e, in generale, tutti i momenti in cui il corpo elettrico e nervoso di Mia Frey conquista la scena e per qualche secondo ricaccia dietro le quinte la povertà d'idee che la circonda. Troppo palese è infatti lo squilibrio della sceneggiatura: l'idea portante - il giovane scienziato che inventa una macchina in grado di convertire in musica i movimenti di India - viene inserita dopo tre quarti di film e resta buttata lì senza il minimo sviluppo. Troppo scarno il finale che piomba in modo assolutamente inatteso con almeno venti minuti di anticipo, e lasciando decine di piste in sospeso: l'amore tra lo scienziato e India, la latente gelosia del fratello, il dubbio se India riacquisti o no la parola, il pentimento del regista che l'aveva scartata... Ma si tratta comunque di errori talmente marchiani da suscitare quasi una certa indulgenza, ricordando a tratti la seducente rozzezza dei vecchi cari B-movie di una volta. © 2002 reVision, Dante Albanesi |
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