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La Damigella d'Onore

La Demoiselle d'Honneur - 1h 50'

Regia: Claude Chabrol



Chabrol insiste nel compiere i suoi raid in provincia atti a scardinare le porte più blindate della borghesia, in questo caso medio-piccola. È il suo cinema; un cinema realizzato e proposto con una naturalezza e una semplicità d'altri tempi, sintomo dell'osmosi dell'autore francese col cinema. Ma non poter mai parlare del "solito Chabrol" pur riconoscendo il suo stile, risulta essenziale. Ancora una volta, come accaduto per Il Buio nella Mente (1995), questo "co-genitore" della Nouvelle Vague ha adattato per il grande schermo un romanzo della scrittrice inglese Ruth Rendell. La Damigella d'Onore è un film di tensione, dove i misteri più evidenti restano tali e i colpi di scena sono minori, ma proprio la tensione gioca un ruolo primario rendendo intrigante tutto ciò che è (volutamente) prevedibile. La stessa presentazione iniziale dei personaggi, la corposa definizione senza preamboli del loro mondo in tutti i sensi ordinario, funge "solo" da preludio all'apparizione in scena del personaggio principale che dà il titolo al film, chiamato dagli altri personaggi, e atteso da uno spettatore che non resta deluso visto che la damigella d'onore porterà in un mondo "straordinario" Philippe, unico membro maschile della famiglia che apre e attorno a cui ruota la storia. Questo meccanismo narrativo genera un conflitto basilare tra i due mondi in questione, e se si può facilmente prevedere quale dei due avrà la meglio dipende appunto dalla calcolata ambientazione borghese. Per giunta questa borghesia appare muoversi dentro una spirale proprio perché è la sua ordinarietà a generare una straordinarietà guasta su cui prima o poi, caso per caso, avrà la meglio; e via così.

Chabrol ha sintetizzato la questione essenziale del film con queste parole: "Il problema dei giovani è riuscire a raggiungere un equilibrio tra razionalità e follia, tra ragione e passione [...]". La damigella d'onore, ossia Senta, una ragazza sui venticinque anni, non ha raggiunto alcun equilibrio - cosa che si percepisce ben presto -, si appoggia con forza alla normalità di Philippe e alla passione che li cattura in fretta, e cerca complicità cosciente di non poter perdere le sue paure. L'equilibrio di Philippe poco a poco vacilla, e in definitiva ha meno importanza che non crollerà mai del tutto: quel "poco a poco" riguarda la mente e va a contrapporsi proprio alla fretta che contraddistingue i fatti; quello che deve accadere accade velocemente e c'entra con la passione, ma i percorsi mentali poi sono meno fulminei e rendono tutto poco lineare.
Chabrol con tale messa in scena vuole indagare sulle menti delineando bene l'ambiente di origine; a conferma di ciò, fattacci e affini restano fuori campo o nell'a priori. Un cinema quindi non solo di tensione ma anche di indagine: in qualche modo si tratta di cinema d'intrattenimento capace di non sfociare in cinema di genere fine a se stesso. Nel creare questo suo cinema, l'ex storico redattore dei Cahiers du Cinéma sta sulla realtà del presente: un fatto di cronaca nera sul modello di quelli che imperversano nei telegiornali occidentali apre il film, e alla fine la storia di Senta ne è parente, seppure appaia meno realistica in quanto sviluppata per la narrazione; l'ambientazione borghese poi risulta più che mai (o forse sempre) attuale. Se si aggiunge che persino ogni comparsa recita a dovere e si segnala qualche immancabile spunto hitchcockiano - come la scena del cameriere che si immobilizza restando "sospeso" sulle scale del ristorante - si può concludere che si tratta semplicemente di cinema a tutto tondo, o Cinema.

© 2005 reVision, Luca Gricinella