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Da Che Pianeta Vieni?

What Planet Are You From? - 1h 40'

Regia: Mike Nichols



Se la fantascienza è un pretesto per indagare le vie sconosciute, ambigue, di un’Alterità forte, in Da Che Pianeta Vieni?, l’inquietudine dell’incontro con l’alieno (l’etimologia latina alius vuol dire proprio altro) si riduce all’immaginario meno efficace possibile, peraltro bloccato a quello di settant’anni fa, le file ordinate degli extraterrestri omologati sono in pratica uguali agli operai con la testa china di Metropolis (Fritz Lang, 1927). Gli alieni sono degli ominidi senza sesso, maschi solo nell’aspetto esteriore, che hanno perso i sentimenti, sono estremamente razionali, tuttavia il loro pianeta, da quanto se ne deduce, perché il film non lo spiega, è sterile. Per salvare il pianeta si rende necessaria una delicata missione. Incontrare l’altro sesso, vale a dire, la femmina del genere umano sul pianeta Terra. All’uopo occorre che il candidato prescelto, dopo alcuni test sulla vivacità e imprevedibilità della femmina terrestre, indossi un pene meccanico, pronto ad azionarsi, per il suo imbarazzo, rumorosamente come la centrifuga di una lavatrice, per la bisogna del concepimento.

Mike Nichols (Il Laureato) compone una chiara metafora dell’incontro-scontro tra i due sessi volgendolo a favore della donna. La ben nota irrazionalità femminile si rivela irriducibile. Tuttavia l’avventura terrestre di H144-6, nelle sembianze dell’esperto immobiliare Harold (Garry Shandling, volto famoso della televisione statunitense), che utilizza le toilette degli aeroplani per attraversare le distanze intergalattiche, dimostrerà che tale irrazionalità corrisponde all’espressione dei sentimenti, ed è necessaria perché la vita si riproduca.
Queste tematiche potevano essere stimolanti, affrontate con la pungente ironia, che non manca ai personaggi grazie alla buona prova di eccellenti e rinomati interpreti, tra i quali John Goodman, Annette Bening, Linda Fiorentino e Ben Kingsley, questi ultimi purtroppo in ruoli limitati e fortemente caratterizzati, ma manca al film l’input di una regia vivace, che sfortunatamente si adegua al livello più basso della costruzione per immagini del racconto, e le responsabilità del risultato mediocre sono da imputare anche alla direzione della fotografia di Michael Ballhaus (anche lui, come Nichols, non è l’ultimo arrivato), con le atmosfere glaciali e diafane di Gattaca virate verso una luce più morbida e suadente per dare al film una connotazione da commedia romantica. Ne sortisce un affresco insipido, un’opera che sorprende per i pochissimi mezzi utilizzati - non ci sono effetti speciali - che si affida solo alla recitazione guizzante degli attori. Senza un solo colpo d’ala, una sola immagine che sia in grado di impregnare a lungo la memoria dello spettatore.

© 2000 reVision, Andrea Caramanna



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