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Cypher

1h 36'

Regia: Vincenzo Natali



C’è un vivo esoterismo in Cypher. Se nel precedente Cube - Il Cubo lo spazio esterno era inviolabile fisicamente come messa in scenae risultava invisibile e perfino non immaginabile, in Cypher ladimensione percettiva rimanda, anche se in modo sotterraneo, sempre ad altro rispetto alle semplici apparenze, infine allargandosi a possibilità di fuga "concrete", attraverso l’interiorità rivoluzionaria dell’eletto (chiaro richiamo a Matrix). La totale non intelligibilità del testo, perduto tra vaghi riferimenti, segni ambigui, sentimenti contrastanti, è resa benissimo da una trama incubo che è solo pretesto, spunto per inondare tutto lo statuto sensitivo del film di cupa inquietudine. Purtroppo l’epilogo rappresenta l’ottusa (in senso tradizionale, per la sua prevedibilità) cesura tra vero/falso, reale ed immaginario, ricucendo tutti i dispositivi di visione a comuni stratagemmied architetture del racconto. Ciononostante il film è ricco di stimoli, laddove registra i più spietati meccanismi della macchina sistema, la multinazionale postcapitalistica in primo luogo, issando il connubio tra tecnologia e merce a vero e proprio vessillo della guerra tra artificiale e naturale. L’orizzonte umano appare del tutto privo di una soggettività libera dalle protesi tecnologiche. E queste protesi si rivelano ormai come strumenti interni di manipolazione cerebrale. Le possibilità di plagio sono infinite e dipendono da facili operazioni simili a riversaggi di dati su hardware. Il "software umano", modificato ad hoc, può essere utilizzato a piacimento e secondo gli obiettivi prefissati dai programmatori (come si evince dalla scena della conferenza aziendale). La resistenza si palesa come possibilità remota di reazione, eppure tutte le simulazioni del protagonista Morgan Sullivan (un ottimo Jeremy Northan, attore capace di esprimere insondabili sfumature) sono incredibili e soprattutto improbabili.

Il procedimento narrativo di suspense e sorpresa certo non può essere la chiave di lettura di un’opera che suggerisce orizzonti molto più inquietanti (almeno come ambizione). Dentro il livello sensoriale alieno, Cypher ci riconduce alle esperienze new-age, organizzate e prodotte dal marketing, di The Game (David Fincher), sul livello di riscossa possibile e sui punti di fuga (come lo era per Il Cubo, nel quale il grado d’esperienza psicologica umana individuale e collettiva poteva in qualche modo rappresentare un percorso di salvezza). Le oscurità letterarie dickiane invece sono ripetute in tutti i film di fantascienza degli ultimi dieci anni, laddove gli spazi figurati hanno definitivamente abbandonato pianeti, corpi stellari e astronavi per parlare di un presente riconoscibile eppure profondamente perturbante per i valori di trasfigurazione operati. La fantascienza di Natali è quindi perfettamente in linea con le tendenze del genere new fantasy contemporaneo che abbraccia moltissimi elementi e dimensioni, da quella socio-politico-economica a quella più schiettamente spirituale.

In Cypher si percepisce una penetrante paranoia (del resto segnalata anche nella home page del sito del film): la manipolazione indotta dalla tecnologia invisibile. La miniaturizzazione degli strumenti e la spy detection sono diventati delle vere e proprie ossessioni. Lo spostamento dai Crimini Invisibili wendersiani verso la non percettibilità (autentica) del mondo (ricostruito) per un qualsiasi Truman. Certo, quei piccoli sintomi di alterità, di spazi nuovi vicinissimi e lontanissimi, sono sempre più materia angosciante per alimentare sogni ed incubi d’ogni tipo. La trasfigurazione del nostro reale è perfettamente descritta dalle attuali forme cinematografiche. E non è un caso che la vecchia letteratura dickiana trovi un perfetto compimento visivo attraverso le immagini nel ventunesimo secolo, quando molta di quella fantascienza designa territori familiari della contemporaneità, sicuramente legati al contatto diretto con gli oggetti tecnologici. Un televisore in fondo può essere la cosa più tranquillizzante, ma basta un’immagine alla Poltergeist per cambiare completamente lo statuto di quell’oggetto e di tanti altri che utilizziamo ogni giorno.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna