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Le Donne Vere Hanno Le Curve

Real Women Have Curves - 1h 30'

Regia: Patricia Cardoso



L'emancipazione femminile contemporanea comunica, attraverso lo sguardo di alcune registe, o semplicemente in storie di donne, una urgenza particolare non solo per le scelte lavorative, ma anche l'ostinata ricerca di affrancamento dalla famiglia e soprattutto dalle asfissianti figure materne. Così ci troviamo di fronte ad altri due film recenti come Sognando Beckham e Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco, che parlano esattamente delle stesse necessità. Non a caso i due film citati insieme a questo, diretto dalla regista Patricia Cardoso, parlano di etnie, di tradizioni culturali molto forti, tanto da influenzare, costringere il comportamento delle generazioni giovani. Il primo piano narrativo è il contrasto tra genitori e figli. Questi ultimi cercano di ribellarsi con grande pazienza, in un gioco perverso di sottrazione e dedizione, arrabbiatura e affetti, lacrime di pena e gioia, discussioni infinite, laddove si sottolinea infine tutta la morbidezza del conflitto. In questo caso Ana, dopo innumerevoli incomprensioni ed offese da parte della madre, ha la forza di sperare in un cambiamento anche minimo della obnubilata genitrice. Carmen, in effetti, è un personaggio che comunica tutta la sua incapacità di leggere gli eventi del mondo, quelli più vicini ed anche quelli più lontani. Crede di essere incinta e invece è la menopausa, continua a pensare alla verginità come un valore assoluto, poi pensa alla bellezza come strumento per sposarsi, la pinguedine della figlia le è insopportabile, il lavoro è superiore agli studi, e poiché lei ha iniziato a lavorare a soli tredici anni, Ana è in grave ritardo e poi l'idea di continuare gli studi al college una volta finita la scuola le sembra pazzesca.

Ci troviamo di fronte a una rappresentazione quasi diaristica di tutti questi elementi attraverso lo sguardo della protagonista Ana. C'è una tenerezza sostanziale nel modo in cui la giovane Ana lotta apertamente col mondo. Osteggiata è anche l'ipotesi di una femminilità standard, che si concretizza nelle misure di sartoria, laddove a fare quelle centinaia di vestiti taglia quarantasei sono tutte donne grasse con taglie più che forti. L'identità femminile tenta di superare in questo modo la schiavitù delle misure imposta dalla stessa industria globalizzata, di Bloomingdale, che utilizza il basso costo della mano d'opera dei sobborghi los angelini per rivendere i capi pagati poche decine di dollari a centinaia di dollari nelle boutiques d'alta moda.
Il discorso su immagine, mercato e globalizzazione è servito in modo diretto e chiaro. Ognuno tiri le sue conclusioni. Naturalmente anche qui, come in Sognando Bechkam, i sogni americani accompagnano tutte le storie. Lì era la borsa di studio in California, qui invece alla Columbia University di New York. Come dire che l'individualismo alla fine può liberare dalle catene.
Non ci sono nel film momenti visivi degni di nota. Una sola sequenza desta il piacere dell'immagine: il balletto dentro la sartoria con le donne vestite solo dell'abbigliamento intimo a glorificare quei corpi tanto veri e autentici in proporzione ai centimetri di fianchi, cellulite e smagliature.

© 2003 reVision, Andrea Caramanna



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