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Cuori

Coeurs - 2h

Regia: Alain Resnais



La neve che cade profusamente in Cuori può sembrare una soffice neve da fiaba d’altri tempi, un sipario ideale che lega ironicamente l’una all’altra le scene, un elemento trasparente e materno che accompagna la ricerca di calore dei protagonisti in lotta contro ogni tentazione di solitudine. In realtà, questa neve è anche fatta della stessa materia di cui è composto il cinema di Alain Resnais, autore di teoremi candidamente perversi sul desiderio e le sue derive. E la sua Parigi sfondo malinconico ed irreale, ci ricorda quella inquadrata in una prospettiva ambigua (così vicina, così lontana) di Belle Toujours dell’ultimo, sardonico de Oliveira. La capacità di Resnais è quella di restituirci l’armonia del disarmonico, la grazia di ogni angoscia, l’euforia malata di ogni incontro tra eros e morte. Lui che dichiara di amare il cinema di Mack Sennett e Hal Roach, lui che di recente ci ha regalato una deliziosa e tagliente trasposizione di un’operetta del 1925, Pas sur la Bouche (incredibilmente rimasta inedita in Italia), ora ha scelto di tornare al suo prediletto Alan Ayckbourn, il commediografo di Smoking e No Smoking (in quel caso la sceneggiatura era firmata da Jean-Pierre Bacri e Agnès Jaoui che in seguito hanno scritto quel gioiello che è Parole, Parole, Parole...) riducendo la sua commedia "Private Fears in Public Places" che avrebbe dovuto essere il titolo della pellicola sostituito poi col più apodittico Cuori. Se aggiungiamo che anche Ayckbourn condivide con Resnais la passione per le atmosfere alla Sacha Guitry, il ritmo allegro ma non troppo di Lubitsch e il surrealismo implicito dello stile slapstick, il gioco di questa inedita, elettiva affinità tra il raffinato cineasta francese e l’estroso teatrante inglese è fatto.

Allora eccoli i sei personaggi in cerca d’amore di questo sottile apologo sulle gradazioni del tempo e sulle temperature delle umane pulsioni: c’è Thierry (André Dussollier), agente immobiliare impegnato a sedurre la sua segretaria Charlotte (Sabine Azéma). E ci sono Nicole (Laura Morante) e Dan (Lambert Wilson), coppia in crisi alla ricerca di un appartamento parigino ideale per una possibile rigenerazione, che trova in Thierry un Caronte comme il faut. La sorella di questi, Gaëlle (Isabelle Carré), è impegnata a scovare l’anima gemella col tramite delle solite rubriche di cuori solitari, mentre Lionel (Pierre Arditi), gentile e timido barista, incontra Dan che lo ha scelto come interlocutore per sfogare le proprie frustrazioni sentimentali. Lionel ha per contraltare familiare un padre scontroso, Arthur (Claude Rich, mai inquadrato), malato terminale che si ritrova a proprio fianco, come infermiera la stessa Charlotte corteggiata da Thierry. L’intrigo si fa progressivamente avvolgente col contributo del talentuoso Bruno Podalydès, regista di gialli dalle atmosfere anglo - francesi (suoi Il Mistero della Camera Gialla e Il Profumo della Dama in Nero), che Resnais ha voluto per complice e che ha realizzato, nella finzione, il programma tv religioso preferito da Charlotte destinato a finire in copia vhs fra le mani di Thierry, visione che provoca il piccolo colpo di scena finale.

Osservati dal regista con maliziosa tenerezza, i protagonisti di questi incroci d’occasioni mancate o ritrovate si muovono, come topi d’esperimento, nei rispettivi recinti quotidiani che ora li ostacolano e ora li favoriscono: funzionano come trincee dell’anima le claustrofobiche strutture irte di ostacoli degli appartamenti agognati, degli uffici - trappola, delle agenzie labirintiche, dei locali con banconi ingombranti. E gli attori si disimpegnano con magistrale leggerezza (tutti bravissimi, in testa la magnifica Azéma, sublime nel recitare il suo morboso bigottismo, facenti parte dell’eletta schiera di Resnais con il contributo, per l’occasione, della nostra Laura Morante davvero in gran forma) favoriti dagli esemplari dialoghi tradotti in francese dallo sceneggiatore (che è anche regista e autore teatrale) Jean-Michel Ribes.
Cuori, che ha vinto il Leone d’argento per la migliore regia all’ultimo Festival di Venezia, è la conferma di come il dettato teatrale possa coniugarsi alla lingua del cinema, arte da sempre impura, a dispetto delle logiche (fin troppo enfatizzate) dello specifico. Quando si parla di mal di vivere e lo si fa con la sapienza e la misura dei grandi commedianti il linguaggio diventa universale, il cervello si fa cuore, preparando il trionfo dell’emozione, quella vera, capace di travolgere ogni spettatore.

© 2006 reVision, Francesco Puma