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Cuori In Atlantide

Hearts In Atlantis - 1h 41'

Regia: Scott Hicks



Gioia e dolore, tenerezze e nostalgie, sentimenti di magia o sogno. Forme di una trascendenza contemporanea che cerca un riverbero di mistero, sul quale issare il senso dell’armonia e del benessere interiore. Ci sono cineasti, come appunto sembra esserlo Scott Hicks, per il quale i racconti, specialmente se si tratta di intimi vissuti, diventano funzioni mitopoietiche (e la storia ri-passa attraverso questa nuova proiezione dello sguardo, un po’ ridondante e melliflua alla Giuseppe Tornatore), storie che tendono sempre ad assumere valenze universali. In Shine il dolore e le particolari condizioni di una situazione umana, si trasformavano nel più universale dei sentimenti: l’aspirazione ad un significato denso, e la vita in qualche modo ne acquista qualcuno quando ciascuna persona entra in contatto con individui che sono un’incarnazione del Senso o comunque ne indicano la strada (chi non vorrebbe incontrarli?). Non a caso il giovane Bobby s’incammina sulla bicicletta orgoglioso e sicuro in una via nel bosco, ha già scoperto e compreso, dopo l’esperienza di contatto, che il suo mondo girerà in un certo senso e questa direzione gli apparirà significativa. Ma prima delle certezze naturalmente il percorso non è affatto chiaro. Si dispiega attraverso i luoghi classici della crescita spirituale, nei rapporti con i genitori e con tutto il mondo circostante, composto di amici e terribili nemici. Alcuni di questi, gli uomini bassi, rappresentano quelle presenze vigili ed oscure pronte a ghermirci quando tentiamo di scappare.

Al di là della suggestione fantastica di questa presenza il ruolo di Hopkins è meno onirico di quel che sembra; da affabulatore scatenato, cade in trance, legge i pensieri, il passato ed il futuro di tutti, ma non riesce a sottrarsi a quegli stessi uomini bassi, uomini vestiti con abiti scuri, cappello a larga tesa, che certo non sono semplicemente agenti dell’FBI, mentre intorno si diffondono le tracce dell’inquietante presenza del Male: manifesti in cui qualcuno cerca animali domestici smarriti, automobili eleganti e appariscenti. È evidente quanto il film sia debitore alla scrittura di Stephen King per esprimere il côté fantastico. Se la scrittura del famoso scrittore elabora immagini ambigue che altrimenti sarebbero normali (ed è questa il suo principale talento), nel film questi segni (a)normali riescono solo in parte ad emergere, perché l’impressione è che la regia non voglia abbandonarsi o perdersi nei meandri immaginari del racconto. Il risultato è questo ibrido abbastanza piacevole tra commedia di formazione e novella di fantascienza. Gli anni cinquanta appaiono sempre più lo spazio tempo fantastico nel quale già si muoveva di tutto. L’ombra di una società ipertecnologica che doveva spazzare per sempre, in sintonia con le memorie del protagonista, i sogni e i corpi di quei giovani adolescenti, Sully, Carol e Bobby, che saranno solo sopravvissuti o morti in uno spazio tempo attuale fotografato in maniera asciutta e severa per abolire ogni idillico riflesso. È strano come per un ragazzo il tempo di una sola giornata sia un tempo lunghissimo, mentre per un adulto 20 o 30 anni diventino un solo istante. Percezione continuamente mutevole del tempo, percezione sempre più astratta della cosiddetta realtà. È la più grande verità che il film ci comunica.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna



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