![]() |
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
||
![]() |
Cube1h 30'Regia: Vincenzo Natali Anno del signore 1975, l'ungherese Erno Rubick inventa uno dei rompicapi logici di maggior
successo del dopoguerra. Un cubo semovibile composto di 26 piccoli cubi esterni e di un cubo "invisibile" capace di far ruotare
le varie parti del meccanismo in senso orario ed antiorario. Sei facce ciascuno di colore diverso: blu, verde, rosso, giallo,
arancio e bianco. Nello stato di quiete iniziale tutte e sei le facce presentano segmenti di colore omogeneo. Manipolando il
cubo, mischiando i vari "cubetti", si arriva ad uno stato intermedio nel quale ogni faccia del solido presenta diversi segmenti
con diverse colorazioni. Scopo del rompicapo è riportare il cubo al suo stato iniziale di quiete. Sei facce omogenee. Sei colori.
E' nato il cubo di Rubick.Anno 1997, l'esordiente regista italo canadese Vincenzo Natali crea un nuovo tipo di cubo. Un enorme cubo di Rubick strutturalmente formato da una sequenza logica di tanti piccoli cubi. Ciascuno con il suo colore, ciascuno con le sue trappole mortali. Un labirinto geometrico che sembra ripetersi all'infinito. Il problema è che all'interno di questa enorme costruzione si trovano inspiegabilmente intrappolate sei persone. Quattro uomini e due donne che non hanno assolutamente alcun legame tra loro. Quentin (Maurice Dean White) il (super) poliziotto di colore reduce dai frammenti di una vita privata ormai a pezzi. Leaven (Nicole de Boer) complessata studentessa universitaria con una spiccata predilezione per i numeri e le formule algebriche. Holloway (Nicky Guadagni) psichiatra paranoica fervente assertrice della teoria della cospirazione. Worth (David Hewlett) architetto che ha, in gran segreto, partecipato in qualche modo alla costruzione del cubo. Vittima assurda della sua stessa creazione. Rennes (Wayne Robson) criminale incallito, e presunto artista della fuga. Presunto proprio perché sarà il primo a morire nel cubo, vittima di una trappola che gli farà letteralmente "perdere la faccia". Ed infine Kazan (Anrew Miller) autistico genio della matematica che sembra il fratello minore di Rain Man. Anche lui come il più celebre personaggio interpretato da Dustin Hoffman con il pallino dei numeri. Non c'è più spazio, non c'è più tempo per i protagonisti. Tutto lo spazio scibile è rappresentato dal cubo, tutto il tempo che hanno a disposizione per uscire dalla trappola è sancito dai fabbisogni fisiologici. Tre giorni e tre notti senza mangiare e bere sono sufficienti a mettere in crisi le possibilità di sopravvivenza di qualsiasi essere umano. Una perfetta deadline biologica. In questo spazio angusto, in questo ipertecnolgico palco teatrale va in scena l'incontro scontro tra l'uomo e la macchina,
tra l'umanità e la tecnologia. Sei personaggi che, più che in cerca di un autore, sono in cerca di loro stessi nel vano tentativo
di risolvere la questione della difficile convivenza tra individuo e collettività, tra persona e società. Il Cubo come asettico
microcosmo illuminato dalle tensioni che attraversano la società (post)moderna. Nessun prologo, nessun epilogo, nessuna convenzione sociale. Un moltiplicarsi indicibile di informazioni/domande che si raggruppano in un singolo luogo e vengono condivise da un ristrettissimo numero di persone. Dove siamo? Perché tutto questo proprio a noi? Chi controlla il Cubo? Chi lo ha creato? Perché? Ma soprattutto, esiste una via di uscita, una possibilità di sopravvivenza? Non trovando una valida risposta, l'essere umano si rivolge ad una delle cose che considera certe. La matematica. I suoi simboli, i suoi numeri, le sue regole ed equazioni paiono rappresentare, in un momento di forte incertezza, l'unico porto sicuro, l'unico approdo certo. La mente umana in grado di sconfiggere l'intelligenza artificiale. Decodificare il cubo, ridurre la sua struttura ad una stringa di numeri primi significa aver salva la vita. La vittoria è a portata di mano, così come la porta di uscita dal dedalo geometrico. Ma l'uomo non è una macchina. Imprevedibili sono le reazioni umane, il cervello ancor più complesso del complesso labirinto di cubi. Scaraventato in una situazione anomala, alle prese con persone a lui sconosciute, il singolo uomo si chiude a riccio in sè stesso. Il brutale istinto alla sopravvivenza prende il sopravvento su regole e situazioni comportamentali annullate e rese ormai vane dal parallelepipedo. Tutti gli istinti più basici vengono elevati all'ennesima potenza, al cubo. Così chi sembrava essere un eroe, il (super) poliziotto Quentin, si rivela essere in realtà un violento assassino. Chi considerato dalla società un "diverso", il menomato mentale Kazan, l'unico vincitore nella guerra contro il cubo. Il pericolo allora non è più l'ambiente. La tecnologia non è dannosa in assoluto. Diventa dannosa a secondo dell'uso che l'uomo ne fa. I personaggi vengono così a rappresentare ciascuno una trappola per l'altro. Non è una caso che l'unico a sopravvivere nel labirinto sia Kazan. Personaggio astratto, lontano dalle convenzioni del mondo e dal possibile condizionamento ambientale. Kazan vive già da tempo in un mondo/cubo da lui creato su misura per le sue esigenze. Lui vive all'interno, tutto il resto rimane fuori, lontano. Il Cubo è più vicino al ritmo lento del teatro che a quello sincopato del cinema, più ginnastica per la mente che per i muscoli. Spettatore e protagonista si ritrovano a percorrere insieme lo stesso tragitto. Vittime delle stesse angosce, delle stesse paure, della stessa claustrofobica mancanza di oggetti scenici. La sala cinematografica è un cubo con dimensioni diverse. Il vuoto della scena riflette il vuoto della mente, la mancanza di risposte definitive alle tante domande. Scoprire il nulla oltre il cubo: nessuno lo ha progettato, nessuno lo ha costruito e nessuno lo controlla. Tutto ciò è infinitamente più terrificante che credere in un onnipresente e onnipotente essere supremo. Nella CIA, negli extraterrestri, nei complotti delle lobby militari, nei giochi di partito e nei minacciosi meccanismi economici. Rendersi conto di non conoscere, di non sapere, è infinitamente più terribile che credere di conoscere. Paradossalmente l'uscita del cubo coincide con la sua entrata. Come accadeva nel rompicapo colorato inventato da Rubick, la fine corrisponde all'inizio. Lo stato di quiete iniziale coincide perfettamente con la (non) soluzione finale. © 1999 reVision, Fabrizio Pirovano |
|
|
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
|||