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Boys Don't Cry

1h 54'

Regia: Kimberly Peirce



Di miracoli "apparenti" il cinema americano ne ha sfornati non pochi, di recente. Film usciti dal nulla e divenuti in breve opere di gran successo. Smaltita l'euforia per il fenomeno di marketing che ha consegnato alle orbite stellari The Blair Witch Project, arriva il caso-Boys Don't Cry. Una regista esordiente, una storia vera, un'attrice che vanta nel suo curriculum solo apparizioni in serie televisive come Beverly Hills 90210 e Buffy il vampiro, e si ritrova ora con un Golden Globe già vinto e un Oscar probabilissimo.

Boys Don't Cry è un film estremamente duro, girato con il piglio aggressivo di un documentario, e venato di un sottile discorso sull' ambiguità sessuale che lascia la cronaca per trasferirsi nella sfera dei sentimenti personali. C'è un Brandon Teena, al centro della storia, che si rivela essere in realtà una Teena Brandon. Non è la consueta vicenda di un occasionale travestitismo. Quella di Brandon è la scelta di vita di un essere senza tetto né legge, legato a nessuna convenzione, luogo o lavoro stabilito. È una persona fragile, indifesa, che si costruisce l'identità che sempre avrebbe voluto avere, e che l'anagrafe gli ha negato. Il film lo segue, lo pedina, verifica il suo essere un uomo-donna in un mondo che va alla ricerca di certezze, anche nella sfera della diversità sessuale.

C'è un accurato lavoro di ricostruzione che circonda il personaggio, e non lascia adito a tenerezze, improvvisi buonismi. Il termometro dell'intolleranza cresce intorno a Brandon, fino ad un epilogo intuibile. Quello che conta non è l'obiettivo, ma la traiettoria del lancio, il sommarsi degli episodi, prossimo nell'incedere a quello di un'inchiesta televisiva. Eppure Boys Don't Cry è profondamente cinematografico, per come riesce ad assemblare ritmi e scansioni, la passione del racconto, l'incertezza, la difficoltà persino di fissare negli occhi questa indecidibile figura. Veramente eccezionale la prova della protagonista, Hilary Swank, mimetica come nella miglior tradizione della recitazione americana. Come nella canzone dei Cure cui il titolo fa riferimento, tenta di nascondere le lacrime cercando di riderci sopra. Perché i ragazzi non piangono.

© 2000 reVision, Riccardo Ventrella



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