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Cruel Intentions

1h 37'

Regia: Roger Kumble



Il desiderio e la malizia sessuale sono prerogativa degli adulti? Sembra di no nella versione contemporanea del romanzo settecentesco "Le Relazioni pericolose" di Choderlos de Laclos. Opera letteraria che ha avuto una gran fortuna sullo schermo, essendo Cruel Intentions la quarta trasposizione, dopo quelle, in ordine cronologico, di Roger Vadim nel '59, e i più recenti, la versione di Stephen Frears e il Valmont di Milos Forman nel '89. L'età dei protagonisti è scesa di molto, infatti i personaggi usciti dalla penna di Roger Kumble (sceneggiatore oltre che regista) hanno al massimo una ventina d'anni e vivono a Manhattan invece che in Francia. L'abbassamento anagrafico dei protagonisti certo può corrispondere ad esigenze di mercato. I teen ager sono i più forti consumatori di cinema della parte ricca e "sviluppata" del pianeta. Risultato: da una parte la produzione, soprattutto statunitense, sforna opere sempre più indirizzate al pubblico giovanile, dall'altro lato la conseguente infantilizzazione (scusate il termine elefantiaco) di numerose pellicole, specialmente d'avventura o commedia brillante (basti vedere il fumettone La Mummia).

In Cruel Intentions l'universo morale degli adolescenti protagonisti, cinico e spietato nella prima parte, non sfugge ad un epilogo cattolico: i cattivi saranno puniti e le pene seguono la legge del contrappasso dell'inferno dantesco. Ma il film è innanzi tutto un gioco di seduzione, ed il mondo della seduzione è diabolico, nel senso etimologico della parola (diàballo, dal greco, vuol dire disunire). La scissione è già avvenuta per Sebastian Valmont e Kathryn Merteuil, forme pure, corpi e menti che seducono, attraverso il fitto gioco di bugie, sotterfugi, manipolazioni, perfidie per raggiungere il piacere del corpo-mente, fine a se stesso. I sentimenti sono invece ingannevoli, giacché bloccano con i sensi di colpa la libido erotica, la costringono a domandarsi la responsabilità oggettiva d'ogni scelta. La verginità, è un valore per Annette che resiste alle lusinghe dei diavoli del Duemila, non assoluto, ma relativo alla purezza che vuol conservare fino all'incontro con il grande amore.

La coerenza del film sta tutta nella scelta del linguaggio, costruito secondo il gusto delle ultime generazioni. Lo dimostrano la fotografia patinata, immersa nella fluidità continua dello stile MTV video-clip-spot. Le musiche, tutte orecchiabili e famose (ci sono anche I Blur), si fondono alla perfezione con le immagini, sequenze al ralenti, in una dilatazione onirica, quasi la creazione di un mondo fatato, regno dell'edonismo, e il narcisismo di ogni corpo-oggetto è proteso al parossismo attraverso girandole di vellutati-ammiccanti movimenti. Il fascino segreto dell'epistola del vecchio romanzo è infine sostituito dal luccichio delle auto sportive e dei telefoni cellulari.

© 1999 reVision, Andrea Caramanna



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